Il paradosso del mandolino

Abbiamo uno strano atteggiamento nei confronti degli stranieri. Ci preoccupiamo fino all’inverosimile quando comprano a casa nostra, ma non vediamo l’ora di prendere le esperienze straniere come punti di riferimento. È il paradosso del mandolino.
Il caso Telecom suona proprio questo motivetto. L’arrivo americano viene visto con preoccupazione. Senza considerare quanto potrebbe far bene ai consumatori e agli azionisti di minoranza l’innesto di una cultura di mercato sperimentata. Si tratta di opinioni, certo. Ci sono però alcune contraddizioni laceranti. Eccone solo tre, figlie del nostro paradosso.
Si è alla ricerca disperata di un’alternativa agli americani. Posto che in Italia è dal 1997 che il governo con scarso successo cerca un’impresa domestica che metta i quattrini in Telecom si è fatta largo l’idea di proporre l’affare ad un partner industriale europeo. Non si riesce però a capire perché si debba privatizzare un’attività italiana per cederla ad un soggetto pubblico straniero, come sono Deutsche e France Telecom. Una follia nei suoi termini logici. Già che c’eravamo (anche se da queste parti la sola idea spiace) ci tenevamo Ernesto Pascale. Un soggetto pubblico, solo perché estero, è meno pubblico? Mah.
Secondo paradosso del mandolino. Abbiamo riscoperto che una società di importanti dimensioni come Telecom non è giusto che si controlli solo con il 20 per cento del capitale. E ci impegniamo fermamente a cambiare le regole e a renderle più aderenti alle logiche dei mercati internazionali e abolire una volta per tutte le «scatole cinesi». Uplallà. I signori Piech e Porsche controllano il 50 per cento della Porsche appunto, che a sua volta controlla il 30 per cento della Volkswagen e che a sua volta controlla il 30 per cento della Scania (camion e ingegneria). Insomma P&P alla fine comandano anche in Scania. E queste scatole finanziarie come le chiamiamo?
Sergey Brin e Larry Page sono due giovanotti che si sono inventati Google: un motore di ricerca su Internet che vale 150 miliardi di dollari. E si sono inventati azioni di serie A e serie B. Le prime se le sono tenute e ognuna conta per 10 voti in assemblea, le seconde le hanno vendute sul mercato, solo tre anni fa, e conferiscono il diritto ad un solo voto. Grazie a questa furbata i due giovanotti comandano in Google con il 20 per cento delle azioni. L’ingegneria finanziaria che regala il bastone del comando in società di grandi dimensioni con quote di capitale ridotte è vastissima. La lista, recentemente stilata dall’Economist, è infinita e mette dentro i francesi Lagardere, gli svedesi Wallenberg, gli indiani di Mittal, la Michelin e la Peugeot. La libertà dei privati di trovare le forme organizzative per loro più convenienti viene rigettata da Guido Rossi come insopportabile «neocontrattualismo». Per molti è il contenuto giuridico ed economico della libertà privata.
La terza sonata è sulla rete telefonica. Il modello inglese inizia a diventare un insopportabile e bolso refrain. Intanto esso non prevede la creazione di una nuova società della rete. E a maggior conto esso non implica la cessione neanche di un palo da parte dell’ex monopolista (nel caso anglosassone si parla di British Telecom). Bisogna dunque mettersi d’accordo: se ci piace l’Inghilterra la rete Telecom resta lì dove è. E nessuna Fondazione, Cassa depositi e prestiti o diavoleria parastatale ci metta dentro un quattrino. Esattamente il contrario di quanto invece sembra avere in mente l’attuale esecutivo.
Nicola Porro