LA PARATA DEI RETROGRADI

Piazze piene e un bel po' d'Italia ferma: il rito dello sciopero contro la Finanziaria si ripete oggi. Un danno per l'Italia. Una lotta senza niente «da portare a casa», se non mediocre agitazione politica. I dirigenti di Cgil, Cisl, Uil spiegano la protesta così: «È questione di merito e di metodo», «il governo per due mesi non ci ha telefonato», «si cala una posta per il prossimo esecutivo». Si affastellanno, poi, le proposte «concrete» sul Sud, contro il secondo «modulo di riduzione fiscale», «per l'innovazione», «perché la riduzione del costo del lavoro è troppo generalizzata» e «sulla famiglia gli interventi sono una tantum». Litanie sindacalesi di un braccio di ferro sul potere che va motivato alla base.
Comunque è bene riflettere su quel che si muove nel sindacalismo italiano perché serve a capire un bel pezzo di quel che il domani ci prepara. Ci sono sindacalisti e sindacalisti. Giorgio Cremaschi, testa pensante della Fiom, di Rifondazione, scrive, riferendosi alla Val di Susa: «Uno sciopero generale così è il sogno profondo di ogni sindacalista che si rispetti. Tutti i posti di lavoro vuoti. Tutto fermo. Tutto chiuso». Savino Pezzotta sulla giornata di oggi dice: «Lo sciopero non è un divertimento gratuito». C'è il ribelle che si diverte pregustando l'aria della lotta. C'è il promotore di faticoso progresso che avverte la difficoltà del momento. Ma chi pesa oggi di più?
A prima vista non c'è partita: Cremaschi è colto, abile nella contrattazione, ma con una linea estremista che lo colloca sulla frontiera sinistra della Cgil. Pezzotta è il leader prestigioso di un'organizzazione che ha trasformato l'Italia, gelosa della sua autonomia. Eppure alla fine chi oggi dà il tono alla protesta è più l'estremista della Fiom, che il saggio cislino. In Italia come in Europa il sindacato si colloca sempre più tra l'ala riformista e quella estremistica della sinistra: così in Francia, in Germania, in Italia. E da questa posizione esercita un potere di blocco sulle politiche riformistiche: contro tagli fiscali e liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei servizi. La forza di un grande movimento che ha portato modernità e diritti nelle nostre società si concentra ormai nella tutela rigida dei già garantiti, impedendo politiche di sviluppo. I settori modernizzatori del sindacato sono in difficoltà. Anche la Cisl scivola nelle parate contro la Finanziaria. Pezzotta ricorda che le responsabilità non sono solo sue: la politica finanziaria del Giulio Tremonti della prima fase non ha offerto tutto il necessario per la modernizzazione delle relazioni sociali. Marco Follini giocando su tre o quattro tavoli (talvolta d'intesa con settori di An) per allargare lo spazio dell'Udc, ha contribuito a rallentare le decisioni, fino alle dimissioni di Tremonti. Dei limiti di Domenico Siniscalco, poi, si sta prendendo oggi piena coscienza. Senza dubbio il governo poteva fare di più per valorizzare la spinta modernizzatrice della Cisl. Anche se il fattore scatenante di una certa ritirata cislina, è stata la svolta della linea di Confindustria, passata da obiettivi programmatici chiari a una più generica piattaforma politicista. Comunque la responsabilità delle specifiche linee sindacali alla fine è di chi dirige la singola organizzazione. E arrivare agli scioperi inutili contro la Finanziaria significa arrendersi alla politica conservatrice della Cgil, specie degli ultimi anni. Quanto, poi, la funzione di blocco antiriformista delle confederazioni sarebbe rafforzata da un governo di un centrosinistra senza nette discriminanti programmatiche, lo lasciamo giudicare ai lettori.