Parchi, Sismigate e Calciopoli: così agiva il clan del Grande Fratello

Tutti i retroscena dell’inchiesta sulla centrale di spionaggio abusiva in cui sono confluite vicende come quella del sequestro dell’imam di Milano

Gianluigi Nuzzi

Da cosa nasce cosa. Da un’indagine dei vigili urbani sulla sorveglianza nei parchi milanesi (marzo 2003) gli accertamenti si sono via via allargati a orizzonti inimmaginabili. E così dai controlli ai giardini si è passati alle «tangenti Ivri» e al «Laziogate», da «calciopoli» ci si è ritrovati a investigare sulle «talpe» in tribunale e sul sequestro dell’imam Abu Omar con il conseguente «depistaggio» del Sismi fino al suicidio di Adamo Bove, capo della sicurezza di Tim. Tanti filoni che secondo l’autorità giudiziaria adesso sembrano seguire un unico filo - quello di una «centrale» di intercettazioni abusive - tirato da due (se non tre) vecchi amici: Giuliano Tavaroli, capo della sicurezza di Telecom, Emanuele Cipriani, direttore della società d’investigazioni Polis d’Istinto, e Marco Mancini, responsabile del controspionaggio degli 007 di Forte Braschi.
Tutto, dunque, ha origine quando la polizia municipale scopre che l’istituto di vigilanza «Città di Milano» non manda nessuno a lavorare nei parchi infischiandosene dell’appalto del Comune. Partono i primi avvisi di garanzia e dopo la perquisizione in ufficio il titolare Claudio Tedesco si ritrova in galera insieme a una cancelliera e a un giudice onorario, sue preziose «talpe» a Palazzo di giustizia. L’inchiesta fa così venire alla luce un vasto giro di tangenti sul trasporto valori e sull’aggiudicazione degli appalti per la sorveglianza di enti pubblici e privati. Nei guai ci finisce la holding «Ivri» di quel Giampiero Zanè che viene ammanettato con manager vari e rappresentanti delle forze armate. Dalle telefonate intercettate salta fuori che tal Pasquale Di Gangi, titolare dell’istituto di vigilanza Sipro, lancia il sospetto che Giuliano Tavaroli, responsabile della sicurezza di Telecom, possa essere in grado di allertare uno degli indagati intercettati. Una mera supposizione, come a verbale dirà Di Gangi (successivamenbte coinvolto nell’inchiesta calabrese sui rifiuti dov’è indagato il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa). Ai primi di maggio del 2005, il manager vicinissimo a Tronchetti Provera, responsabile della centrale Cnag che cura le intercettazioni gestite dalla magistratura, viene perquisito in contemporanea all’amico Emanuele Cipriani, titolare di una nota agenzia di investigazioni già finita sott’inchiesta in due distinte vicende; per un pedinamento a un manager della Coca-Cola e per una falsa verifica fiscale a una società di pneumatici di Viterbo attraverso due amici-fidati della Guardia di finanza nell’ambito di un accertamento richiestogli dalla Pirelli (dove Tavaroli lavorava prima di approdare a Telecom). Gli stessi sottufficiali e Cipriani tornano in un’inchiesta «fotocopia» che li vede coinvolti insieme a Laura Danani, impiegata della Tomponzi, arrestata a margine di un traffico di tabulati telefonici. Nel frattempo a Roma tiene banco lo spionaggio su Marrazzo e la Mussolini a opera di detective della «Ssi» capaci, secondo l’accusa, di controllare illegalmente più di cento linee telefoniche.
Nel provvedimento di perquisizione a Cipriani e Tavaroli l’associazione per delinquere «finalizzata alla violazione del segreto istruttorio» viene contestata perché i Pm hanno il sospetto che i due siano a capo di un’organizzazione che spiffera dati sensibili non solo a indagati eccellenti. Anche al Sismi, dove al vertice della divisione più importante (la prima) c’è Marco Mancini, amico sia dell’uno che dell’altro. Si comincia a fantasticare quando a Cipriani viene sequestrato un archivio con migliaia di file e di report delicatissimi oltre a fatture Pirelli (che la procura sospetta false) per 20 milioni di euro quale corrispettivo per lavori mai effettuati. Voci e indiscrezioni stampa portano la Telecom a sollevare dall’incarico Tavaroli e a trasferirlo in Romania. Nell’azienda telefonica partono ispezioni interne per capire chi, senza lasciare traccia, va a curiosare nella banca dati e nelle utenze dei clienti. Nel tritacarne dei veleni finisce stritolato Adamo Bove, capo della sicurezza di Tim: è amico e collega di Tavaroli, frequenta Marco Mancini, ma è anche colui che suggerisce alla Digos impegnata nelle indagini sul sequestro di Abu Omar le utenze riservate degli agenti arrestati. Il 21 giugno 2006 Bove si toglie la vita, successivamente il pm Spataro fa continui riferimenti - nell’ordinanza d’arresto per Mancini - a Giuliano Tavaroli. Vuoi perché ha avuto un incontro col maresciallo dei carabinieri «Ludwig» presente al sequestro dell’imam, vuoi perché è in affari con Giampaolo Spinelli capocentro Cia a Mogadiscio legato al presunto organizzatore del rapimento, l’agente Bob Lady. Le due inchieste smettono allora di camminare in parallelo alla ricerca di un punto d’incontro, definitivo, comprovante l’idea di un Grande Fratello a metà strada fra l’intelligence deviata, l’interesse privato e la politica più sporca.