Parco del Pineto, dopo lo sgombero è ancora emergenza

«Come da impegni presi con i cittadini, con il presidente del Municipio e con il parroco, con lo sgombero degli insediamenti abusivi nel Parco del Pineto restituiamo ai cittadini un’importante area verde della città. Tutto ciò è il frutto di un lavoro che l’amministrazione sta portando avanti da anni per il recupero delle aree occupate abusivamente. In questo modo non solo si stabilisce il rispetto delle regole, ma si risolve un problema particolarmente sentito dai cittadini». Così parlò il sindaco capitolino Walter Veltroni lo scorso 19 giugno, giorno del «presunto» sgombero della baraccopoli rom sorta nella riserva naturale del Parco del Pineto, avvenuto dopo mesi di protesta da parte dei residenti: un’area di ventisei ettari che va da via Trionfale a via Pineta Sacchetti, nel territorio del XIX municipio. E anche il minisindaco Fabio Lazzara, aveva rimarcato come «la solidarietà per chi si trova in condizioni di disagio, non può intaccare le esigenze di sicurezza del resto della cittadinanza».
Dichiarazioni che il trio della «Gialappa’s Band» inserirebbe subito, all’interno dei suoi programmi cult, nella rubrica satirica degli «ipse dixit». Perché, almeno a giudicare dal video proiettato ieri durante la conferenza stampa convocata dai consiglieri comunali di An, Marco Visconti e Luca Gramazio, quello del Parco del Pineto è stato uno sgombero più virtuale che effettivo: anche adesso - in barba al regolamento comunale per la gestione dei rifiuti urbani - nella riserva figurano sporcizia e materiali tossici sparsi ovunque. Nello specifico batterie, fili elettrici, vestiti, vetri rotti, bottiglie di plastica, scarpe e lattine oltre a latrine a cielo aperto e a una dozzina di mucchi di materiale plastico spellato dal rame a ridosso della ferrovia in via Damiano Chiesa, che i rom rimasti bruciano con il relativo rischio di incendi. «La settimana prossima - spiega Visconti - presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per denunciare l’emergenza della riserva naturale del parco del Pineto, e chiederemo a Veltroni di emettere un’ordinanza urgente per motivi igienico-sanitari al fine di bonificare definitivamente l’area. Lo sfollamento è avvenuto ignorando le regole e le leggi più elementari sullo smaltimento dei rifiuti e dei liquami, oltre che di tutti quei materiali tossici presenti nella baraccopoli. Senza contare che l’immondizia prodotta dagli abitanti del campo rom, è stata solo coperta da terra e non smaltita secondo le attuali normative: una palese omissione da parte dei guardiaparco addetti alla sorveglianza del Pineto».
E le responsabilità, attaccano i due esponenti di An, andrebbero divise equamente tra «Roma natura» - l’ente regionale per la gestione del sistema delle aree naturali comunali protette - e gli assessorati all’Ambiente di Comune e Regione. Secondo Luca Gramazio, «l’attuale situazione di degrado può essere causa di malattie come epatite e salmonellosi». Ma quella del «Pineto» non è l’unica emergenza ambientale: «Analoghe situazioni - continua Gramazio - riguardano il parco della Caffarella, il parco di Veio e soprattutto quello di Castel Romano». E proprio quest’ultimo, lì dove sorge il campo rom più grande d’Europa - sorto dopo lo sgombero dell’insediamento di Vicolo Savini del 14 settembre 2005 -, che, ricordano i due consiglieri di An, «il Comune si era impegnato a chiudere entro il 15 giugno 2006», sarà l’oggetto di una prossima puntata intorno al degrado delle aree verdi capitoline.