Il Pardo d'onore a Jodorowsky, la sua magia tra Fellini e Almodovar

Stefano Giani

nostro inviato a Locarno

Pirandello conteso. «Ho sempre cercato di essere quello che sono, non quello che gli altri hanno sempre voluto che fossi». Poi recuperato. E reinterpretato. «Ognuno viene visto in tanti modi diversi. Nessuno può dare una definizione assoluta di un'altra persona, ma dire solo quale lato ha visto. Individualmente».

Alejandro Jodorowsky è molti volti allo specchio. Eclettismo e fantasia. Magia e filosofia. Circoscriverlo al ruolo di regista è riduttivo. Romanziere e studioso dei tarocchi. Artista. Attore. Mimo. Scrittore. E naturalmente cineasta. In questa veste è ospite del Festival di Locarno che ieri gli ha consegnato il Pardo d'onore e ha mandato in passerella il suo Poesia sin fin, secondo e - forse - ultimo atto di una biografia, iniziata con La danza della realtà, uscito nel 2013.

Personalità poliedrica e affascinante - una giovane coppia ha perfino chiesto di essere sposata da lui che, con immediato rito profano, li ha uniti in matrimonio - Jodorowsky ha proposto un film surreale di grande seduzione e fascino. Suggestioni che richiamano a Fellini. Colori che si ispirano alle tinte accese del più sfolgorante Almodovar, il regista cileno ha descritto la sua famiglia e le difficoltà con un padre tiranno che aveva poca fiducia in lui.

«Sono cresciuto in un ambiente di commercianti e, da allora, ho il rifiuto del denaro. Avrei potuto essere ricco come Spielberg, ma ho deciso di non vendermi mai». Non conosce neppure i meccanismi del marketing (...)