Parente, shopping di classe ai Grandi Magazzini ’900

FABRIZIO OTTAVIANI Presso numerosi popoli, soprattutto africani, è diffusa tra gli uomini la paura della «vagina dentata». Si crede che alcune donne abbiano dei denti proprio lì, e che possano usarli sia per trattenere, sia per ferire. Anche nella minacciosa copertina dell’ultimo libro di Massimiliano Parente, La Macinatrice (Pequod, pagg. 462, euro 20), il morbido ospita aculei: vi vediamo infatti una bocca spalancata le cui labbra sono difese da una doppia fila di spine, in uno di quegli accostamenti di incongrui nati con Lautréamont e diventati poi il fulcro della cultura cyber e post human. La Macinatrice ha un piede nel postmoderno (non a caso il cospicuo volume è dedicato «ad Antonio Moresco, genio irredento») e un altro nelle avanguardie storiche del Novecento, in particolare il Surrealismo. La trama non è facilmente delineabile, come accade spesso nelle opere dove digressioni e monologhi, interiori ed esteriori, prevalgono sull’intreccio.
Siamo a Roma, nella sede della Torrenuova edizioni. Gli uffici della ditta sono stati ricavati da un vecchio mattatoio, e non è un caso. Nei sotterranei, vietati alla maggior parte degli impiegati, si produce materiale porno avvalendosi di tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia più recente. Lo scopo è quello di oltrepassare il piano della visione superficiale e frugare dentro il corpo che, di volta in volta, soffre o gode: telecamere inserite in ogni orifizio possibile e immaginabile, microfoni che captano l’accelerare dei battiti cardiaci di animali vivisezionati da sadiche fanciulle, registratori pronti a captare il minimo sospiro o il più sfuggente stridere del latex. Le regole sono ferree: «Gli atti devono avere una loro purezza, una loro essenzialità. Non c’è sadismo di torture gratuite, sarebbe puro teatro. Quando sgozzi ti limiti a sgozzare, a fare la macellaia, giostrando su tempi prolungati, certo, ma mantenendo i gesti puliti, funzionali al fine». L’attività della Torrenova, tuttavia, non è finalizzata esclusivamente al lucro: ciò che muove i suoi dirigenti è una sorta di complotto, «una grande idea di rivoluzione della pornografia». Un portale internet, Vagina’s World, permette a chiunque non solo di accedere e di partecipare al “progetto”, ma di interagire con esso e la sua realtà virtuale.
La Macinatrice ruba il titolo a una serie di quadri di Duchamp che mostrano, con sommaria e prepotente arte, una macina composta da tre mole. Ignoriamo se per l’autore la forma della macina alluda a una qualche imminente o già consumata trasformazione della sessualità, magari un passaggio dal push-release, movimento animale di andata e ritorno che la teoria “idraulica” della sessualità di Freud non riusciva a giustificare, a un sistema macchinico (machina in latino è qualsiasi congegno capace di moto rotatorio). Dalla tristezza della linea, insomma, all’infinità del cerchio. Ma a parte tali impalpabili sottigliezze crediamo che Parente, pescando a piene mani nei Grandi Magazzini Novecento (soprattutto Klossowski, Roussel, Breton, ma anche Eco che a dispetto dei tanti tentativi di disfarsene continua imperterrito a influire; e Arbasino e Busi) abbia scritto un romanzo a più voci che a tratti è molto divertente, a tratti elegiaco e sognante, e spesso abile nel rappresentare la greve volgarità della middle class romana. Un’opera che tutto sommato, tra le italiane, ci è sembrata tra le più leggibili del suo genere; forse in barba a quelli che avrebbero dovuto esserne i trasgressivi obiettivi.

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