Parigi in crisi s’affida ai «remake»

Maurizio Cabona

da Parigi

Dopo il crac Vivendi, il cinema francese è tornato a produrre centotrenta film l’anno. Ma la crisi creativa permane e la rivista Eléments titola in prima pagina: «Le cinéma français est-il le plus bête du monde?». Non è il più stupido, ma nemmeno il più originale, tanto s’aggrappa ai generi. Lo scorso fine settimana nei cinema parigini pareva un fine settimana del 1957, quando presidente della (Quarta) Repubblica era René Coty e l’eroe immaginario della politica imperiale francese, dopo le legnate in Indocina e a Suez, era Oss 117, personaggio dei romanzi di Jean Bruce fin dal 1949.
Il primo film su Oss 117, agente americano d’origine francese e aristocratica (si chiama Hubert Bonisseur de la Bath), è del 1957 e lo firma Jean Sacha: Oss 117 non è morto, con Ivan Desny. Seguono Oss 117: segretissimo (1963) e Oss 117: minaccia a Bangkok (1964), entrambi con Kerwin Mathews; poi Oss 117: furia a Bahia (1965), con Frederick Stafford. Li dirige André Hunebelle. Oss 117: a Tokyo si muore (1966), ancora con Stafford - che poi Alfred Hitchcock vorrà protagonista di Topaz - è invece di Michel Boisrond.
Il ricalco-rilancio di Oss 117: Le Caire nide d’espions di Michel Hazanavicius funziona anche se ormai il pubblico è essenzialmente giovane e non può cogliere fino in fondo l’umorismo della parodia, perché il film è girato alla maniera di un film di spionaggio del 1962 (per costumi e arredi, perfetti, ma anche l’uso del colore), ma racconta un episodio del 1955. Hubert Bonisseur de la Bath è ora interpretato da Jean Dujardin, già star della tv. Convinto della superiorità della Francia e dell’Occidente, archetipo della Fallaci, Hubert/Oss 117 distribuisce foto di Coty agli egiziani che l’aiutano ora contro nazisti che «dopo dieci anni - dicono - si ha diritto a una seconde chance» e contro integralisti musulmani. E riflette: «Questo Islam non ha un gran futuro».
Se il film Hazanavicius ha molte qualità, a cominciare dal non prendersi sul serio, è proprio la modestia soprattutto a mancare a Les brigades du Tigre di Jérôme Cornuau, rifacimento di una serie di film-tv sulle origini di un corpo speciale di polizia. Il Tigre del titolo è Georges Clemenceau, reale ministro e capo di governo francese a inizio Novecento. Cornuau ricostruisce con grandi mezzi episodi storici (la banda Bonnot, lo scandalo del prestito russo, il pacifismo di Jaurès, la Triplice Intesa), ma lo fa alla maniera dei film americani: infatti quelli delle Brigades sono armati e si comportano come gli Intoccabili. Grazie al fatto che il film è di coproduzione italiana, Stefano Accorsi ha il ruolo del milanese Achille Bianchi, unico poliziotto della brigata a tradire! Se non si esce prima della fine, nonostante tutto, è perché le Brigades stupisce continuamente per goffaggine, con Diane Kroger (Elena in Troy) unica peggiore di Accorsi. Jacques Gamblin e Olivier Gourmet salvano il salvabile.
Oltre alle ricostruzioni di un passato immaginario (Oss 117) e di un passato reale (Les brigades du Tigre), la Parigi dei cinema vede la ricostruzione di un passato ipotetico in Jean-Philippe di Laurent Tuel. Anche qui c’è un modello americano, Ritorno al futuro, ma - al contrario di Cornuau - Tuel sa metterlo al servizio di personaggi e interpreti: Fabrice Luchini è un «quadro» aziendale, maturo fan di Johnny Halliday; e Johnny Halliday è prima Johnny Halliday, poi Jean-Philippe Smet (che è il suo vero nome), cioè ancora se stesso, se il suo destino fosse stato diverso e fosse diventato padrone di un bowling.
Torna qui la polarizzazione dell’Uomo del treno di Patrice Leconte (2002), dove Halliday era il bandito e Jean Rochefort il borghese, ognuno invidioso dell’altro. In Jean-Philippe i personaggi hanno invece bisogno l'uno dell'altro: prima il fan s’aggrappa all’idolo lontano per sopportare una banale esistenza; dopo un salto di dimensione in una realtà parallela, è il mancato idolo ad aver bisogno del fan, che ne farà una star a sessantatré anni. La «seconde chance» nella «troisième age»...