A Parigi e allo Smeraldo note piene di Psiche e amore

Da martedì il cantautore astigiano porta in scena il suo ultimo album, con un pizzico di elettronica

Dietro al suo riserbo post sabaudo Paolo Conte è un viaggiatore cosmopolita. Un artista che paradossalmente non va mai di moda ma al tempo stesso è sempre sugli scudi, e non a caso adesso è in testa alla classifica dei dischi più venduti con il nuovo album Psiche (presentato a parigi ai primi di settembre)e terrà sei affollatissimi concerti - da martedì a domenica - al Teatro Smeraldo.
La musica di qualità, per fortuna, non conosce crisi, almeno quella dell’avvocato astigiano, che attinge sempre a pozzi sonori differenti, plasmando ballate fatte di atmosfere e nuance che sfuggono ad ogni definizione. Nel suo Dna c’è lo swing e il jazz, ma lui si schermisce: «Sono un appassionato di jazz, ma nelle mie canzoni di jazz ce n’è poco, lo dico per i puristi che potrebbero offendersi». Poeta malinconico, raffinato intellettuale dalle profonde radici popolari, Conte si divide tra l’amore per il «vej Piemont» e per la grandeur francese (in Francia i suoi testi sono studiati come quelli dei nostri maggiori poeti).
È uno scambio di amorosi sensi quello tra Conte e Parigi, che ha presentato lì il suo album accompagnato da uno splendido concerto - un po’ con la sua band un po’ con l’orchestra - ma presentando solo un piccolo assaggio del nuovo cd.
Quindi sarà martedì il battesimo ufficiale delle nuove canzoni sul palcoscenico, dei nuovi quadri in cui Conte ha inserito sinuosamente anche un pizzico di elettronica. Ma alla sua maniera, come nella misteriosa impalpabilità del brano Psiche, dialogo tra pianoforte e contrabbasso, che sembra uscito da una fumosa cave degli anni Quaranta, con uno spruzzo incantatorio di elettronica. «Ho voluto utilizzare i suoni sintetici da cui sono sempre stato prudentemente lontano», ha detto Conte, un Conte sempre in grado di inventare il suo personale Mocambo a cavallo tra Asti e Parigi, Guido Gozzano e Duke Ellington. «Pesco qui e là nel Novecento e nel suo interessantissimo malessere musicale. Nessuno secolo ha vissuto l’arte in modo così equivo co ed avventuroso».
Dall’album - e di conseguenza dal concerto - emerge il Paolo Conte sognatore, a brani dal sapore balcanico come Ludmilla, all’ermetico intimismo di Il quadrato e il cerchio, «confessione di attualità pellerossa perchè ho sempre amato gli indiani e il loro senso mistico dell’universo». Il segreto dei concerti dell’avvocato? Il fascino delle canzoni, pregne di quello strano malessere che i francesi (tanto per cambiare) chiamano ailleur, ovvero la sensazione di trovarsi sempre e ovunque, ma con grande compiacimento, fuori posto. «Ho scoperto presto che far piangere è più facile che far ridere. Quindi nelle mie canzoni cerco di dribblare ciò che è tragicomico e ogni tanto proporre qualcosa di più leggero». In scaletta, naturalmente, spazio anche ai classici contiani che non tramontano mai.