Parigi mai farebbe concorrenza alla Croisette

Psicologicamente non è facile scegliere tra le ragioni cinematografare di Walter-melassa-Veltroni e quelle di Massimo-so-tuto-mì- Cacciari. È nel giusto il sindaco che non si risparmia un'ipocrisia su Africa, bambine down, orfani, o il dichiaratore folle della Laguna, che l'altro giorno collezionava sulla stampa italiana mille interviste (dal Libano, alla mostra del Cinema, al partito democratico, all'acqua alta)? Se passiamo dalla scarsa simpatia che mi suscitano i due personaggi, al merito del problema, senza dubbio, Cacciari ha dalla sua una ragione assai consistente: oggi c'è già una mostra consolidata in oltre settanta anni di attività, famosa nel mondo, che rivaleggia con Cannes per primato internazionale. È opportuno che parta, in qualsiasi modo, un'iniziativa «italiana» mirata a danneggiare una manifestazione di questo tipo? Verrebbe mai in mente, chessò, al sindaco di Parigi di organizzare una mostra del cinema nella sua città nello stesso periodo in cui si tiene il festival di Cannes? O il sindaco di Londra avrebbe mai la balzana idea di lanciare un'iniziativa sul teatro negli stessi giorni in cui si tiene il festival di Edimburgo? È incredibile che un'iniziativa con questo stile antiveneziano sia presa da chi come Veltroni ha passato la vita a maledire il federalismo leghista. Altro che federalismo, qui si è di fronte a un ciascun-per-sé privo di qualsiasi attenzione agli interessi nazionali.
Certo, Veltroni ha dalla sua qualche argomento: non solo quello di volere meglio usare un magnifico auditorium troppo spesso impegnato a ospitare sagre della salsiccia, non solo quello di ricollegarsi a una vocazione cinematografica che risale agli splendori di Cinecittà. Non solo quello di usare il fascino della Città eterna per attirare divi e pubblico. Ma anche di rispondere a esigenze di mercato che la mostra di Venezia, decadente e fané come il suo sindaco, tende a trascurare. Mentre a Roma corrono gli sponsor per sostenere la nuova iniziativa.
Ma adoperare questi buoni argomenti per perpetrare una prepotenza, non è un comportamento che può essere approvato. E, anzi, chiede una riflessione per capire che cosa passa nella testa degli uomini della sinistra che governano tante delle nostre città. La costituzione di blocchi di potere urbano, costituiti con l'uso sapiente e mirato delle scelte amministrative, per cui con la sinistra si schiera praticamente tutto il potere, dal banchiere conservatore al costruttore edile reazionario e proprietario di apposita testata locale, sta dando senza dubbio alla testa. Il corteggiamento della stampa cosiddetta indipendente che un po' per infastidire Romano Prodi, un po' per coccolare i Ds, un po' per intrattenere i lettori lancia Veltroni il romanziere sentimentale, il futuro premier («Ci starò - dice lui, come il solito melassosamente - solo se la mia scelta produrrà uno scatto democratico. Se no, vado in Africa») può far perdere il senso della misura. Tanto più se la sinistra ha anche il governo centrale. Certo, a errori come quello del sindaco di Roma (e ai sonni del sindaco di Venezia), dovrebbe rimediare la politica nazionale. Ma i Ds sono ancora un vero partito? O non sono piuttosto una confederazione d'influenze, quelle dalemiane oggi proiettate sulle scene internazionali, quelle cooperative, quelle cigielline e quelle dei potenti sindaci che - come si è visto in questi ultimi tempi - intervengono persino a fare e disfare gli organigrammi delle banche. Né un vero partito è la Margherita, dove uno come Cacciari è guardato più con fastidio che con attenzione. Alla fine Francesco Rutelli (leader politico che non compete solo con i Ds ma anche proprio con Veltroni, sia per realizzare una sua egemonia culturale sia per contare - almeno un po' - in una Roma di cui è stato sindaco solo qualche anno fa) ha detto qualcosa di sensato, anche se tardivo: l'iniziativa di Roma, se si fa, non dev'essere almeno contemporanea con quella di Venezia. Un po' di buon senso. Ma che non è ancora una buona politica.