Parigi, nella casa rifugio dei reporter perseguitati

Dal maggio 2002 la capitale francese ha messo
gratuitamente a disposizione dei cronisti vittime
di regimi totalitari la "Maison des journalistes". Almeno in 130, provenienti
da Birmania, Iran e Africa, hanno
trovato in rue Cauchy un punto
di riferimento per sopravvivere,
prima che per scrivere.
E per tornare a credere nella libertà.<br />

Hanno cuori sanguinanti per le ingiustizie subite e affaticati dall’estenuante fuggire. Hanno occhi gonfi per aver perduto il privilegio di sognare, condannati come sono a notti popolate da incubi; occhi che si bagnano di lacrime al ricordo di una persona amata e da troppo tempo irraggiungibile; occhi che vorrebbero veder crescere bambini avuti, subito rubati e costretti a vivere lontani. Hanno anche orecchie sorde e bocche quasi ammutolite in mezzo alla frastornante Babele di un approdo straniero, provvisorio, che non è loro e che tuttavia attendono spasmodicamente di poter un giorno chiamare «Patria».
Hanno infine mani - mani di ogni colore - che un tempo sapevano trasformare il pensiero in parole scritte, il colpo d’occhio in scatti fotografici, l’arguzia in vignette che graffiavano il potere. Mani che invece adesso, quando scende la sera, si ritrovano a fissare in una stanza vuota, con l’angoscia nel cuore, perché le vedono diventate impotenti, strumenti quasi inutili. Mani che quando arriverà il sospirato riconoscimento di rifugiato politico - ma senza l’aggiunta di un ulteriore miracolo - loro useranno per spazzare pavimenti, per lavare piatti, per servire caffè in un bistrò. Ma lo faranno, almeno, con la dignità delle persone finalmente libere.
Loro sono i giornalisti, i fotoreporter, i disegnatori satirici fuggiti da quei Paesi dove regna un dittatore che si è fatto re, un debosciato autoproclamatosi sovrano, una cricca tribale che trae potere dall’odio o un partito politico senz’anima, ma che forse proprio per questo si ritiene Dio. Troppi, ancora, i Paesi così: quasi la metà del mondo. Una desolante mappa dove gli angoli della Terra privi di voci e penne libere vengono evidenziati non a caso in rosso dalla associazione «Reporter senza frontiere». In rosso, proprio come il sangue.
Dopo anni di angosciante clandestinità, di feroci bastonate, di arresti arbitrari, di carceri spesso più disumane di un patibolo, quegli uomini e quelle donne hanno intravisto un giorno fra i reticolati la luce di una finestra rimasta aperta o lo spiraglio di una porta dimenticata socchiusa. E vi si sono infilati, con il coraggio della disperazione, senza sapere bene che cosa li attendesse dall’altra parte. Lasciandosi alle spalle tutto, proprio tutto. Ovvero il male, ma anche il bene: il rigore della dittatura così come il calore della famiglia, le ustioni della censura e il linimento dell’amicizia, le dure botte quanto le amorose carezze.
Molti di loro - i più - non si sa dove e come siano finiti: nel gelo di un passo tibetano o nel bollore di una palude birmana, in un arido deserto africano o nell’acqua di un fondale cubano. Si sa però che almeno in 131 (102 uomini e 29 donne), al termine di viaggi tanto simili a calvari, senza visti d’ingresso e con una carta geografica disegnata nella mente, privi di soldi e con la cintura stretta ogni giorno di un buco di più, tra il maggio 2002 e il dicembre 2007 hanno potuto finalmente bussare a un indirizzo parigino ricevuto in un sussurro all’orecchio e trascritto su un pezzo di carta con il tremore della fame e nell’eccitazione della speranza.
Hanno bussato e gli è stato aperto. Perché lì, al civico 35 di rue Cauchy, dal maggio 2002 abita Madame Liberté, la Signora Libertà. Quella è la sua casa, la Maison des Journalistes: 850 metri quadri su tre piani in un vecchio stabile industriale concesso gratuitamente per 18 anni dall’amministrazione comunale e da cui sono state ricavate 15 stanze individuali. Una casa ovviamente temporanea, per sei mesi (per un totale di 30 ospiti l’anno), con la sicurezza di poter dormire e mangiare, oltre a quelle di muoversi sui mezzi pubblici, di tenersi informati e di studiare il francese. Tutto gratis.
Una casa che non poteva sfuggire all’intelligente curiosità e alla confortante irritualità genetica che da sempre caratterizza la giuria di un premio come il Nonino, diverso da ogni altro. E che quest’anno, giunto alla 33ª edizione, ha deciso di attribuire proprio alla Maison des journalistes il più importante tra i suoi riconoscimenti. «Ne siamo sorpresi ed estremamente fieri - confessa Philippe Spinau, 58 anni, regista, grande viaggiatore e co-fondatore della Maison insieme con l’amica Danièle Ohayon, 56 anni, giornalista radiofonica e televisiva -. Sorpresi perché non ci aspettavamo un simile riconoscimento, in particolare dall’estero. E fieri dopo aver letto l’elenco dei premiati che ci hanno preceduto».
Philippe, rifuggendo però da qualsiasi atteggiamento eroico, della creatura che ha contribuito a mettere al mondo ama sottolineare soprattutto «la bellezza del fatto che sia una categoria, quella dei giornalisti, ad aiutare i propri colleghi più sfortunati». Il 50 per cento del budget di 350mila euro annui della Maison viene infatti assicurato dall’autotassazione dei diversi giornali e media francesi, mentre un terzo arriva dal Fondo europeo per i rifugiati e il resto da altri enti pubblici e privati.
Un’idea, quella della casa di accoglienza, spiega Spinau, «scaturita dal profondo turbamento di Danièle dopo aver intervistato un collega iraniano fuggito in Francia e costretto a dormire in strada, mangiando quando poteva. Ci siamo detti subito che dovevamo fare qualcosa per gente così, non fosse altro perché se fossimo nati altrove avremmo potuto trovarci noi, nelle medesime condizioni». E il bello è stato anche altro. «Mano a mano che bussavamo a colleghi, associazioni e politici per esporre il nostro sogno e trovare i fondi necessari a dargli concretamente corpo - continua Philippe - abbiamo trovato soltanto porte aperte. Il refrain è stato sempre lo stesso: “Se avete bisogno di noi, ci siamo”. Del resto - si chiede senza nascondere un giustificato orgoglio - come si può resistere a un’idea così disarmante?». E sorride, con l’aria di chi conosce già la risposta.