Parigi non s’innamora dello «slot-book»

Sono pochi e quasi ignorati dai passanti i distributori automatici della capitale francese che vendono libri tascabili a 2 euro

Antonio Armano
L’anno scorso pareva che le quattordici linee di metropolitana e le sei stazioni ferroviarie che veicolano il grande flusso umano a Parigi dovessero riempirsi di distributori automatici di libri. O almeno così era stato annunciato. E nella meno bibliofila Italia s’immaginava invidiosi una torma di lettori dare l’assalto a queste macchine, in preda a crisi d’astinenza da romanzo. Ma oggi gli unici distributori automatici che si vedono in metro o nelle stazioni della capitale francese sono quelli che dispensano bibite gasate e snack.
Tra i giovani, sembra prendere sempre più piede l’iPod, la musica somministrata per via auricolare che isola ogni viaggiatore dall’altro. Le uniche slot-machine dispensa-libri nella zona centrale della città sono quelle della catena Maxi-livres. Dunque poche. Una, mi hanno detto, si trova nel quartiere Latino, zona già frequentata dalla gloriosa bohème intellettuale parigina. Qui la concentrazione di bar, disco-pub e ristoranti (greci, messicani e italiani, tutti pacchiani e palesemente falsi) è altissima e basta a soddisfare le ondate di giovani turisti alticci. Ma in alcune vie torna a prevalere l’omologo indigeno, vale a dire lo studente francese della vicina Sorbona, e forse esiste davvero una richiesta di testi negli orari in cui le librerie sono chiuse. Il problema è trovare il distributore automatico. Nessuno, almeno a chiedere in giro, sa niente e tutti paiono cadere dal pero o pensare a uno scherzo.
Come ogni prima volta, anche quella dell’acquisto di uno slot-book ha un suo fascino e comporta una faticosa ricerca notturna. Alla fine coronata da successo. Dietro il vetro illuminato di quello che sembra un frigo, stanno in fila una cinquantina di titoli. Alcuni ragazzi di passaggio guardano il dispensatore automatico di cultura ma la curiosità supera la voglia di comprare. Tra gli autori spicca Alphonse Daudet (1840-1897) con Lettres de mon moulin e La petit chose. Fa uno strano effetto, non solo perché in Italia è sparito da un pezzo, e sembra di sentire il fischio del vecchio mulino arlesiano tra le vie dei locali alla moda. Un Bouvard et Pécuchet, di Flaubert, con la sua pessimistica metafora della cultura, non è fuori posto in questa macchina. Non manca qualcosa di più leggero: un libro di Sudoku, per iniziati, e un ricettario di Adélaide Morîn, 501 trucs et astuces de ma grand-mère.
Inserisco i due euro, tanto (cioè poco) costano i volumi della collana maxi-poche (tascabili). Una barra di alluminio si alza verso il testo prescelto. Quindi la spirale che tiene insieme la fila di libri con quel titolo si mette a girare e lascia cadere il romanzo. Poi la barra si abbassa e depone la preda dietro lo sportello. La spirale torna al suo posto. Compare una scritta che invita ad abusare del libro: leggere, diversamente da altri vizi, non presenta controindicazioni di dosaggio. L’edizione tascabile Maxi-livres è pregevole (in Italia gli analoghi Newton erano più brutti e comunque l’iniziativa è decaduta). Ma a parte questo, trovo le Lettres de mon moulin, stampato da Pocket, a 1,5 euro, nella libreria della Gare de Lyon aperta anche di domenica. Insomma, l’atto notturno e fugace mi è costato più di un normale rapporto.