Parigi in rosso e nero: il tango sexy di Kenzo e l’inferno di McQueen

L’italiano Antonio Marras dedica la collezione latina alla moglie. Riti pagani e toni cupi per lo stilista inglese. E la nuova donna di Hermès è «on the road»

da Parigi

«Il tango è il riassunto di una vita» sostiene Paolo Conte e Antonio Marras gli dà ragione con la travolgente sfilata Kenzo andata in scena ieri a Parigi. Lo stilista ha infatti scoperto che in Argentina si dice: «Un uomo da solo è fango, in coppia è tango». Da qui l’idea di costruire la collezione per il prossimo inverno in omaggio alla moglie Patrizia («Mi supporta e sopporta da 25 anni» spiega con lodevole obiettività) e alle donne in generale. Così le grandi rose rosse che decorano gli ampi paltò di maglia neri, i cappelli da gaucho abbinati agli splendidi tailleur scolpiti addosso, gli abiti da sera pieni di code e volant come la classica gonna da «tanghera» diventano una moda ad alto tasso di concretezza anche se piena d’amore e poesia.
Inevitabile l’uso dei pois e del tipico abbinamento rosso-nero, ma la vera forza di questa collezione sta nell’aver trovato strade alternative tanto all’etnico quanto al folklore pur rispettandoli come elementi fondamentali all’identità della griffe. C’era per esempio un delizioso cappottino di cashmere turchese decorato da fiori in paillette metalliche, oppure una serie di avvolgenti completi in soffice mohair (materiale irrinunciabile per essere alla moda il prossimo inverno) nelle doviziose tinte dell’alta moda francese. Anche la grande pelliccia ecologica effetto lince e le piccole giacchine di vacchetta stampata, non avevano alcun riferimento all’estetica della danza argentina tranne quella sottile vena di dolce nostalgia per cui si dice che il tango è un pensiero triste che si balla. Quando in passerella sono comparsi venti ballerini avvinghiati ad altrettante bambole vestite di rosso, nessuno ha pensato all’offensiva ipotesi della donna-giocattolo perché lo spettacolo era al tempo stesso delicato e travolgente.
Ben diverse le reazioni del pubblico all’angosciosa sfilata di Alexander McQueen che l’altra sera ha trascinato il popolo della moda in un inquietante sabba infernale con la scusa di una collezione dedicata a una sua antenata, certa Elizabeth How, processata e impiccata a Salem nel 1692. Le modelle sfilavano infatti sotto una gigantesca piramide rovesciata su cui venivano proiettate raccapriccianti immagini di fameliche cavallette, di donne cadaveriche ridotte poi a scheletri, di fuoco, fiamme e chi più ne ha più ne metta. I loro passi ricostruivano sulla passerella coperta da sabbia nera l’inconfondibile disegno del pentacolo, ovvero la stella a cinque punte dentro un cerchio che da 8000 anni rappresenta l’occultismo e a noi italiani ricorda gli orrori delle Brigate Rosse. Come se questo non bastasse in sala c’era un buio pesto, una musica ossessiva e nemmeno uno dei vestiti presentati aveva quel tocco di magia creativa che entro certi limiti potrebbe giustificare un’infelice messa in scena. C’erano abiti costruiti come il carapace di chissà quale mostruoso animale, corsetti-museruola, borse-turibolo e perfino un vestito da sera con la grande croce ricamata di traverso quasi in segno di spregio.
Tra le streghe malvestite di McQueen e le eleganti motocicliste disegnate da Jean Paul Gaultier per Hermés c’è una differenza grande come il mare. L’ironia del classico giubbotto biker realizzato in coccodrillo laccato (prezzo non pervenuto, ma di sicuro farà paura) e della mitica borsa Kelly trasformata perfino in manicotto scalda-mani, rinfresca la mistica di un marchio che da secoli significa lusso, cultura e qualità. È colto e qualitativamente ineccepibile il lavoro di Antonio Berardi che per liberarsi dalle sue ossessioni decorative si è ispirato all’essenzialità delle opere di Brancusi. Tessuti trattati con la tecnica dell’origami, colori epurati (latte, cioccolato, nero e grigio antracite) e tagli scultorei, esaltano in modo nuovo i movimenti del corpo.