A Parigi trionfa il minimalismo per vestirsi sempre al massimo

ParigiParigi va al massimo con il minimalismo, la difficile arte di far sembrare semplici dei vestiti magnificamente complicati. «Sono un adepto di questo stile - spiega Raf Simons nelle note sulla stupefacente collezione Dior dell'estate 2013 - è un approccio concettuale che amo ma non è il solo, così come non c'è un unico tipo di donna da cui sono attirato». Ecco quindi perché il formidabile designer belga che dalla scorsa primavera è direttore artistico della storica maison francese ha costruito la sua prima sfilata di prét-à-porter come una ballata di Tom Waits: dolce e amara, lineare e tortuosa, difficilissima da capire ma anche per questo semplicemente meravigliosa.
Lo show si svolge in una specie di scatola bianca che contiene quattro grandi stanze con 1400 posti a sedere intorno alla chilometrica passerella. Le modelle devono percorrere circa 400 metri perché tutti gli ospiti riescano a vedere le 53 creazioni di Raf: una più bella dell'altra. Si comincia dal tailleur pantaloni nero con l'ennesima rielaborazione della giacca Bar creata nel 1947 da Monsieur Dior e ancora piena di sorprese. Stavolta diventa perfino un abito piuttosto corto oppure una via di mezzo tra la casacca e il bustier ma sempre con l'inconfondibile forma arrotondata sui fianchi. Dal nero si passa al grigio, poi ai tessuti laminati, quindi alle righe, al sofisticato ensemble di nero e blu, al pizzo bianco con un tocco di verde fluorescente che traspare dai buchi del Sangallo. Tutto è tagliato benissimo e cucito ancor meglio, senza alcuna concessione all'orpello anche se poi un vestito a trapezio ha una teoria di pieghe appiattire, un altro è ingabbiato nel tulle, un terzo dall'orlo asimmetrico lascia intravedere qualcosa che può essere una minigonna oppure un paio di short. Insomma c'è molto di tutto tranne l'eccesso: solo le scarpe con una grafica fascia di metallo sul malleolo sembrano troppo difficili da domare perfino per le top. Dunque il primo dei due show più attesi della settimana (l'altro è Saint Laurent lunedì sera) si dimostra all'altezza delle aspettative.
Quello di Margiela le supera alla grande: finalmente una collezione libera dal fantasma del grande Martin pur conservandone tutto il profumo creativo. La scelta cromatica è ridotta all'osso (tutto bianco con i lunghi guanti neri, tutto nero con una sfumatura di blu oppure tutto rosso e basta) per esaltare la nuova stupenda silhouette a colonna. Anche sulla passerella di Vionnet compaiono questi tre colori primari e questa forma così speciale impreziosita da pieghe, drappeggi, sbiechi e pannelli come è logico aspettarsi dalla griffe creata un secolo fa dalla donna che inventò i tagli più donanti per vestire il corpo femminile. «Ho lavorato molto sulla sua idea di pulizia: Madeleine Vionnet è una fonte d'ispirazione inesauribile per me e per tanti designer» dice Goga Ashkenazi, la bellissima donna d'affari del Kazakistan che ha comprato il 51 per cento della griffe su cui Matteo Marzotto e Gianni Castiglioni hanno iniziato qualche anno fa un'intelligente operazione di rilancio. «Questa è la prima collezione coordinata tutta da lei: vuole fare il direttore creativo anche se sta cercando qualcuno che l'aiuti» spiega Marzotto, fascinoso Ceo del brand. L'intero popolo della moda era pronto a fare a pezzi la miliardaria amica tra l'altro di Briatore e del principe Andrea, invece madame di vestiti se ne intende e domani sera presenterà anche una capsule collection di demi couture durante la cena di gala per il centenario della maison.
Da Azzaro, storica griffe disegnata oggi da Mathilde Castello Branco siamo nell'ambito del «carinismo» con gli abiti che riproducono il perlage dello champagne, le giacche trasparenti come i calici e la stampa drink. Da Miyake si torna alla sperimentazione del plisse che adesso «canta e balla», ovvero va in tutte le direzioni. Semplicemente divina la collezione Lanvin con 50 sfumature (pardon: variazioni) di smoking, ovvero l'abito da sera maschile magistralmente tradotto al femminile prima da Saint Laurent e ora da quel genio simpatico di Alber Elbaz. Semplice, donante, fatta di poche ma indispensabili cose, la moda Lanvin dimostra che un niente può essere tutto.