Il pariolino disperato che teme la felicità

Si chiama Giordano Tedoldi. Ha scritto un libro minaccioso dominato dal male di vivere

Al telefono la sua vocina ti sorprende. E quel suono flebile capovolge quanto hai pensato di uno che ha pubblicato un libro con in copertina un giovane borghese rabbioso con tanto di mazza da baseball, davanti ai fari di un’auto sportiva. Si scusa, il signor Giordano Tedoldi, classe 1971: «Forse lei non mi sente bene, sono in un luogo pubblico». Fissiamo un appuntamento. Ovviamente ai Parioli. Lui abita lì, dietro piazza Santiago. E lì inizia il suo libro di racconti disperati Io odio John Updike (Fazi, pagg. 280, euro 13,50). Nella quarta di copertina c’è una frase minacciosa per chi vuole incontrarlo: «Sgarbato e presuntuoso, irritante e spietato, Tedoldi non ha una parola buona per nessuno». Firmato Marco Lodoli. Forse si riferisce ai racconti, non alla persona. Si sa: Lodoli è abituato alle periferie violente, ai giovani del nulla, a quelli che non imparano. Ci sediamo sulle seggiole di plastica, proprio in un bar di viale Parioli e lui dice subito che quel quartiere «da fighetti» gli piace, anche se «è stato tanto sputtanato o considerato un posto di morti». Dice di viverci bene, più che in via Aurelia, dove è nato, più che in centro (zona via del Babbuino).
Esile, delicato, un po’ sospettoso ma senza irritare chi lo vuol conoscere. Non è un macho tuttomuscoli con fervori da spaccavetrine, è uno che se lo spingi va a terra o ti chiede scusa (forse). Ma è proprio lui che di notte va in garage, sale su una Ferrari Maranello grigia e vaga per le strade romane, come si legge nelle prime pagine del suo libro, scritto in prima persona? È proprio lui che sventola il dubbio se amare sia sbirciare «la strafica» che siede con lui in macchina oppure fissare il cruscotto luminoso e ascoltare il rombo del motore? Con automatico puntiglio cronistico gli chiedo se davvero ha la Ferrari. Sorride: «È di mio fratello, l’unico della famiglia col quale ho rapporti. Si occupa di computer, ha fondato una società, fino a qualche tempo fa lavoravo con lui, poi mi sono stufato, volevo solo leggere e scrivere».
Se non usa il bolide canna da fucile, guida la Smart, che per lui è uno schifo di macchina, «una scatoletta». Dove però non fa salire le «ragazzine svuotate d’anima». «La magnifica lotta» che è l’amore non è roba da Smart, il contrario dell’essere ambizioso: «E se non sei ambizioso, rischi di essere felice, e allora tutto finisce». Ecco il pariolino disperato. Che voterà Berlusconi, se andrà al seggio. Non i fascisti? Sorride sornione e accenna al padre: «Era architetto». Mi spiace, dico. Ma lui capisce: «No, no, dev’essere ancora vivo, solo che l’ho sempre avuto in antipatia e non lo vedo da cinque anni. Lui votava Fini. Tra noi c’era disistima reciproca». Perché? «Aveva uno strano concetto della cultura, la considerava una truffa, un raggiro, una perdita di tempo. Una trappola per ingenui».
Insisto sulla famiglia. La mamma, per esempio? «Non vado d’accordo nemmeno con lei. Per colpa mia. È stata una rottura traumatica, ero troppo legato a lei, mi dovevo staccare». Torno sui fascisti. Tedoldi li considera «burocrati». Tempo fa aveva simpatia per Craxi, «il malfattore». Finisce di bere il caffè: «Mai stato fascista, io. Il fascismo è un fenomeno vergognoso perché ha avuto una forma ridicola, aveva ambizioni difficili da realizzare. Erano dei cialtroni. Certo, il totalitarismo ha un suo perché... l’uomo è totalmente inadeguato... ci deve essere la nobiltà del fine». Poi passa a parlare del suo scrittore preferito, Mishima manco a dirlo. Il Mishima dei kamikaze, «quelli che hanno il coraggio della morte... i giapponesi che persero la guerra perché persero il coraggio di morire». Pian piano spiega quel che gli sta sulle scatole: l’esaltazione della vita solo in quanto vita, vita come valore massimo, supremo... no, no, io sono per l’etica del samurai, per il coraggio, per l’altruismo che... faccia attenzione... non è la solidarietà pelosa con cui ci si riempie la bocca».
E va avanti, sulla scia di una mia domanda sui kamikaze palestinesi: «Eh no, quelli si fan saltare perché vogliono il paradiso con le vergini, pretendono la ricompensa... e poi loro sparano sui civili. I giapponesi invece solo sui militari. Suicidio come valore simbolico». Pare che si stia per infervorare, ma la sua vocina abbassa il tono, già piatto, da chiacchierata al bar pariolino: «Bisogna recuperare l’etica militare. L’antimilitarismo della sinistra è una gran paccottiglia». E il nazismo? «Una catastrofica perversità. Ma qualcosa colse. Il valore dell’individuo». Tiene a dire che qualsiasi forma nostalgica è comunque ridicola. Sospira e aggiunge che la democrazia è un qualcosa da sopportare. Come diceva Churchill, «il regime meno peggiore scartati tutti gli altri». La democrazia «è il perfetto rifugio degli ipocriti e dei vigliacchi». Ma non indica alternative: «tutte già sperimentate».
Basta politica. Tedoldi vive solo, la solitudine se la porta addosso. Racconta delle lunghe ore a leggere e a pensare. Dice che «la vita è cosa misera». Prende in giro, nei suoi racconti, chi imbocca la scorciatoia dell’esaltazione frivola, tipo gli scacchi. Però ammette di amare le «tracce di eccezionalità, di gloria». La gloria: «Proprio il titolo del romanzo di Giuseppe Berto, uno dei padri della letteratura italiana». I personaggi di Tedoldi sono quelli «che non ce la fanno». Disperati? Sì e no: «La disperazione è anche la felicità di trovarmi da solo, autentico. In questa condizione mi stacco dalla felicità mediocre, arrivo ai punti di rottura». Ha un’idea precisa di quel che si deve offrire al lettore: «Tutto quello che lo fa andare in crisi, quello che lo disturba e lo sorprende». Come i cosiddetti «cannibali», come Aldo Nove e Tommaso Pincio, i sinistrorsi? «Le loro prime cose avevano un certo fascino. Poi son diventati di maniera. In letteratura valgono poco, però devo riconoscere che hanno cambiato un modo di intendere la scrittura. Una specie di musica dodecafonica. Sono neo-espressionisti. Non mi piace il substrato politico». Come non gli piace Italo Calvino, con quella sua mania di «leggerezza», e molti altri, «così poca cosa».
E John Updike che sta nel titolo del suo libro? «È uno che scrive parole, che va bene a tutti. Come Bevilacqua. Lo odio perché piace a mia madre». Il prossimo romanzo, dice, «sarà un po’ come Lolita, ma lui non ne è l’amante, bensì il padre. Rapporto intenso e non incestuoso». Il padre, già. Alla fine spunta fuori, da qualche parte.