Parisi ammette: «Spedizione costosa e rischiosa»

Raffaela Scaglietta

da Roma

Lo spazio di manovra è stretto e insidioso. Il tempo è poco. Lo sguardo di Parisi è zen ma impaziente. Le sue parole sono chiare: «I tempi dell’intervento italiano della forza multinazionale di pace in Libano sono misurabili in giorni. È già stata ribadita la necessità di schierare una forza di ingresso entro la fine di agosto. Noi ci sentiamo impegnati in prima fila ma non in prima posizione» ha detto ieri il ministro della Difesa uscendo dall’aula Mappamondo che ospitava la riunione congiunta della Commissione esteri e difesa della Camera e del Senato. «Siamo avanti con le risposte, noi sentiamo il dovere di procedere, ma che non si perda tempo, perché dobbiamo trovarci pronti» ha aggiunto Parisi al termine dell’incontro parlamentare che ha avallato la risoluzione politica che impegnerà finanziariamente e fisicamente lo Stato italiano in Medio Oriente per tempi, regole d’ingaggio e costi non ancora ufficializzati dall’altra parte dell’Oceano.
«In nome della verità che dobbiamo al Parlamento e al Paese - ha dichiarato ieri Parisi - sento il dovere di riconoscere che essa si prospetta come una missione lunga, impegnativa, costosa e rischiosa e tuttavia non per questo meno doverosa». Per espletare questa missione «doverosa» che l’Italia ha nei confronti della comunità internazionale serve fermezza anche in casa. E questa fermezza la richiede il corpo militare, e chi interpella Palazzo Baracchini, sede del ministero. «Guai se dovessimo fallire» ha detto Arturo Parisi.
Intervento sicuro, dunque, ruolo di comando ma non all’avamposto per la forza militare italiana che raggiungerà-secondo i pronostici- con 3.000 unità il contingente già dispiegato sul campo mediorientale, per un’intervento di «pace» e disarmo complicato e pericoloso, innescato dalla «bomba Hezbollah». Il primo contingente d’ingresso dovrebbe essere il «dispositivo interforze anfibio» composta dai marò del reggimento San Marco (Marina) e dai Lagunari del reggimento Serenissima (Esercito). Di questa prima unità dovrebbero far parte circa almeno un migliaio di uomini a bordo della portaerei Garibaldi. Questa forza d’ingresso dovrebbe essere seguita nel giro di un paio di mesi da una brigata rafforzata, con mezzi blindati, carri ed aerei; la Ariete con i veicoli corazzati da combattimento Dardo e la Pozzuolo del Friuli con i blindo Puma e Centauro.
«L’Italia è incondizionatamente impegnata per la cessazione delle ostilità,e affinchè la tregua si trasformi in pace stabile. Ma all’interno di questa disponibilità è inevitabile isolare condizioni che consideriamo a valle del si e queste sono quattro» ha precisato Parisi davanti alle due commissioni istituzionali.
E i quattro punti sono: 1) il concetto operativo - che dovrà giungere dalle Nazioni Unite, 2) le regole d’ingaggio - che dovranno essere rispettose del mandato, delineando i comportamenti da adottare dalle forze schierate sul terreno; 3) la catena di comando preposta a questa nuova fase di Unifil; 4) la partecipazione del paese che dovrà essere calibrata su quella delle altre Nazioni e su questo punto si chiede che la partecipazione italiana sia definita su un livello analogo o comparabile a quella francese.
La missione Unifil - ha ricordato il responsabile della Difesa - è stata costituita con la risoluzione 425 adottata nel 1978 e non è quindi un affare nuovo, ma che si prolunga da anni e si è complicato strada facendo. Intanto fino a quando l’Onu non darà le risposte definitive su questi quattro punti si preparano sulla carta gli scenari strategici e logistici di matrice italo-mediterranea. I comandi della difesa sono a lavoro per preparare e valutare una missione militare che costerà dai 300 ai 400 milioni di euro l’anno.