Parisi a Nassirya: ritiro ma non disimpegno

«Modalità e condizioni» saranno decise dal Parlamento «entro giugno»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Un blitz di Arturo Parisi a Nassirya permette di scoprire che le nostre truppe sono là stanziate per «una missione di pace» fin qui negata da buona parte del centrosinistra e perfino dallo stesso Romano Prodi, nelle sue dichiarazioni programmatiche. E al contempo semina una marea di dubbi sulle reali intenzioni del Governo rispetto al pasticciaccio iracheno. Perché se è vero che il ministro della Difesa ha tenuto ieri a ribadire che il «rientro» dei soldati è senz’altro da mettere in conto, è altrettanto vero che il tutti a casa è ancora nebulosissimo, come lo è, e forse ancor di più, l’assicurazione che non si tratta di una fuga e che l’interesse nei confronti della popolazione irachena «proseguirà ulteriormente» attraverso un «impegno civile».
I tempi del rientro? Mistero. Le modalità? Silenzio assoluto. La difficoltà di inviare in Irak personale civile, stante la guerra che insanguina il Paese? Buio fitto. Non dice nulla il ministro della Difesa, giunto ieri mattina presto - e a sorpresa - a Nassirya in quello che ha confessato di ritenere una sorta di «vero insediamento» nelle sue funzioni. Parisi ha visto dapprima il generale Madeddu, comandante del contingente: si è fatto illustrare la situazione sul territorio, dove i militari della Garibaldi stanno sostituendo la brigata Sassari, così che, tra un paio di settimane, si avrà una riduzione da 2.600 uomini a 1.600.
Poi ha incontrato il governatore locale, Aziz al Ogheli, il quale non solo gli ha espresso apprezzamento per quanto le nostre truppe hanno fatto, ma ha gli ha anche detto a chiare note di auspicare che i nostri non se ne vadano. Come ha replicato Parisi all’invito? «L’ho rassicurato sui nostri obiettivi, rinviando per le modalità alle decisioni che, presto, prenderà il governo».
Uno spiraglio l’ha lasciato trapelare Parisi: sui tempi della decisione. È probabile che sia il Consiglio dei ministri della prossima settimana a occuparsi della questione. Ma è sul «dopo» che piovono interrogativi come se diluviasse. «Non è un ritiro e tantomeno un abbandono. Non volteremo le spalle all’Irak», assicura il successore di Martino, aggiungendo che «sarà rafforzato l’impegno civile sul versante della ricostruzione». Ma si guarda bene dal replicare a chi gli chiede come pensa di fare, visto che senza militari di scorta nessuno più si azzarda nemmeno a circolare. Eppure insiste, Parisi: dice che «modalità e condizioni» di questo impegno civile saranno decise dal Parlamento. E anche qui qualcosa sui tempi la concede: «Entro giugno».
Poi Parisi passa in rassegna le nostre truppe schierate a Camp Mitica sotto un sole cocente e un vento torrido (50 gradi al suolo), e infila nel suo messaggio di saluto, a uno a uno, i nomi dei 32 caduti aggiungendovi anche quello di Nicola Calipari. Ringrazia i ragazzi per il loro impegno e subito dopo, interrogato sulla «natura» della missione, si lascia scappare che si tratta di una «missione di pace perché le nostre forze armate sono al servizio della pace e vestono la divisa della pace».
Più che probabile che a qualcuno, a Roma, siano fischiate le orecchie. Magari a Romano Prodi, che in Senato aveva dipinto la nostra missione in ben altro modo, o anche a Massimo D’Alema, che proprio due giorni fa - dopo aver esordito da ministro sulla necessità di mantenere gli impegni con l’elettorato e dunque di riportare a casa le truppe da Nassirya - ha cominciato a ipotizzare un ritiro anche dall’Afghanistan. Salvo poi correggersi ieri: «Il nostro impegno a Kabul resterà inalterato».
Parisi, almeno per quel che ha detto ieri, è parso pensarla diversamente, tant’è che Sandro Bondi si è complimentato per la scelta invitando il ministro della Difesa «a ripetere in Parlamento il concetto della missione di pace».
Per il resto è nebbia fitta: cala la media giornaliera dei nostri «operativi» per via del dimagrimento (si è passati da un migliaio di unità a poco più di 600); non è chiaro per nulla quando si leveranno le tende e non si capisce affatto - e i militari scommettono che non ci saranno - come proseguire gli impegni di solidarietà solo con personale civile.