Parisi «sfiducia» Rutelli: non è molto democratico

Il ministro insiste sulla violazione delle regole nella Margherita e lancia l’allarme: «Evitiamo di lottizzare quote di potere da spendere poi»

da Roma

Il traguardo temporale del Partito democratico non è ancora stato fissato. Ma le varie anime della Margherita sono già schierate al via e sgomitano per acquisire i posti migliori sulla linea di partenza. La grande conta, insomma, è partita, così come si moltiplicano gli affondi e le «cariche congressuali». Il lavorio degli apparati è incessante. E nel retrobottega della grande festa di Cinecittà, tra un appello accorato a rimboccarsi le maniche e un altro a lavorare in armonia alla fusione fredda con il popolo diessino mettendo da parte gli egoismi, il popolo degli sherpa, dei lobbisti, dei portatori di tessere si prepara alla lotta.
Niente di nuovo sotto il sole, insomma, visto che di un congresso si tratta e quindi la «conta» è un esercizio inevitabile. Ma - essendo un rito di addio e un grande evento mediatico convocato per celebrare un nuovo inizio - in molti hanno tentato di nascondere la polvere sotto il tappeto e rendere la confezione quanto più possibile scintillante. Lo ha fatto, ad esempio, Romano Prodi che ha tentato fino all’ultimo di convincere Arturo Parisi a mettere da parte i malumori per lo strapotere degli ex Popolari, accreditati del 61% di consensi (contro il 30% dei rutelliani). Missione fallita. Perché alla fine il ministro della Difesa mette da parte l’abito diplomatico, sale sul palco e tira fuori la tempra del sardo combattente.
Parisi celebra la nascita del Pd. Ma ha ancora gli occhi ben puntati su un presente chiamato Margherita, ovvero su un partito in cui è patente «la mancanza di democrazia interna». Un deficit che lo porta a fare mea culpa per essersi fatto convincere a non presentare una mozione alternativa. Così come il ministro ribadisce di non aver firmato la candidatura di Rutelli alla presidenza perché «non rappresenta l’unità». È questo il cuore della critica che Parisi svolge di fronte alla platea. È soprattutto sul «come» si è arrivati a questo congresso che Parisi concentra le sue critiche. «Considerato che con la presentazione di una sola mozione abbiamo messo alle nostre spalle il “se” - sottolinea - è per questo motivo che abbiamo assoluto bisogno di convenire sul “perché” e di accordarci sul “come”. Il perché e il come saranno infatti il tema del nostro dialogo con i cittadini, l’unico argomento che questo congresso affida agli organi preposti alla fase conclusiva del partito». «Ed è qui - afferma Parisi - che purtroppo sento il dovere di rinnovare il rammarico per come siamo arrivati a questo congresso. Lo dico non solo come rimostranza per il passato ma soprattutto pensando al futuro come invito pressante a mettere riparo alle contraddizioni. Lo dico innanzitutto per confessare le mie personali responsabilità. I giornalisti mi hanno attribuito una denuncia sullo stato della democrazia interna alla Margherita. Non intendo rimangiarmi nulla. La degenerazione della vita interna del partito per quel che riguarda il rispetto delle regole è visibile a tutti o almeno a chi vuol vedere.
«Quello di cui confesso la mia colpa è di aver ceduto alle pressioni ispirate a un malinteso spirito unitario ritirando la mozione ulivista» perché «ho così consentito che si sottraesse agli iscritti la possibilità di una scelta, la necessità del confronto, l’obbligo della conta su ragioni nitidamente politiche». Il ministro della Difesa rivendica la decisione di non aver sottoscritto la candidatura di Rutelli a presidente, pur riconoscendone «i meriti nello svolgimento del progetto del partito». La sua decisione, spiega, è dovuta al fatto di non condividere «l’associazione di questa candidatura alla categoria dell’unità del partito». Parisi chiude il suo discorso con un appello a non ripetere gli errori del passato e, dunque, a non non concentrare troppo l’attenzione sulla spartizione dei ruoli di potere. «Evitiamo, a cominciare dai voti che dovremo esprimere ora, ogni ripartizione interna a tavolino. Una ripartizione inevitabilmente finalizzata a registrare quote percentuali di potere da spendere poi».