Parla Greenspan, Wall Street da record

da Milano

Nei lunghi 18 anni in cui era stato alla guida della Federal Reserve, tutti pendevano dalle sue labbra. Alan Greenspan era l’Oracolo, il Maestro, il direttore d’orchestra dei mercati. Greenspan non è più alla Fed da oltre un anno, ma nulla sembra cambiato: tutti continuano a pendere dalle sue labbra. Ieri, per esempio, sul terreno delle Borse c’erano due mine pronte a esplodere: Citigroup, i cui profitti sono scesi nel terzo trimestre del 60% rispetto al periodo luglio-settembre 2006 a causa soprattutto della crisi dei mutui subprime; e Ubs, che per la stessa ragione, ha accusato perdite tra i 600 e gli 800 milioni di franchi svizzeri (tra i 360 e i 480 milioni di euro) sempre nel periodo luglio-settembre. Ma Greenspan, alquanto ciarliero dacché ha pubblicato la sua autobiografia, ha poi parlato. E parlando, ha lasciato cadere quasi fosse un’annotazione di passaggio, come negli ultimi giorni le emissioni di bond a lungo termine da parte delle aziende, ripetutamente respinte dai mercati durante l’estate calda dei prestiti ad alto rischio, abbiano ricevuto una buona accoglienza. «È un buon segno - ha commentato - . Questo significa che la crisi di agosto-settembre è terminata? Forse sì».
Non male, se solo si considera che ancora la scorsa settimana Greenspan rilevava «aumentati rischi di recessione» negli Stati Uniti, pur mettendo in guardia il suo successore, Ben Bernanke, dal muovere ancora al ribasso i tassi causa i rischi di surriscaldamento dell’inflazione. Le Borse, però, non sono state troppo a cavillare: il Dow Jones ha subito imboccato la strada che ha portato l’indice a stabilire un nuovo record storico (più 1,37% in chiusura, a quota 14.087), il Nasdaq l’ha seguito a ruota (1,46%), mentre le Borse europee hanno cancellato l’avvio negativo e archiviato la seduta con rialzi compresi tra lo 0,6% di Londra e l’1,13% di Milano. Greenspan a parte, sembra che i mercati abbiano decretato d’improvviso la fine della crisi. Anche se la scorsa settimana il Fondo monetario stimava in 200 miliardi di dollari le perdite provocate dai subprime, adesso fioriscono le ipotesi di un quarto trimestre brillante negli Stati Uniti, sulla falsariga di quanto avvenuto negli ultimi anni. E il temuto dato sull’andamento del Pil nel terzo trimestre sembra non spaventare più nessuno. Secondo gli economisti, la recente riduzione di mezzo punto del costo del denaro decisa dalla Fed dovrebbe agevolare il processo di recupero, anche grazie alla ritrovata fiducia dei gestori di portafoglio. Le scommesse su un ulteriore ammorbidimento della politica monetaria sono state tra l’altro alimentate ieri dal rallentamento economico evidenziato dall’indice manufatturiero in settembre, cui ha fatto riscontro il calo della componente che misura i prezzi pagati dalle aziende.
Ecco dunque passare in secondo piano le cattive notizie giunte dal fronte Citigroup, i cui titoli sono perfino saliti a fine giornata, nonostante il numero uno del colosso Usa, Charles Prince, abbia definito «un’aberrazione» i risultati delle operazioni di trading delle attività a reddito fisso. Pur declassata da Standard & Poor’s e pronta a sfoltire gli organici di 1.500 unità, a cominciare dai top manager del settore finanziario e dell’investment banking, anche Ubs ha visto i propri titoli recuperare terreno nel corso della seduta. «Il periodo critico sarà finito nei prossimi mesi», ha assicurato l’ad Marcel Rohner. È quel che gli investitori sperano.