Parla il maresciallo dei suoi racconti: «Non lo dimenticheremo, vive in noi»

Sono passati alcuni giorni dal centenario della nascita di Mario Soldati, e onestamente debbo dire che è stato ricordato in maniera esemplare. È stato ricordato dalla televisione con la proiezione dei suoi film, con i programmi a cui lui ha dedicato tanta parte della sua attività, dalle fondazioni culturali a cui ha dedicato quanto era il suo mondo, ed è stato commemorato anche da alcune case editrici con la ristampa di tanti suoi libri. È stato molto bello ed io che sono stato per lui amico carissimo ho potuto finalmente dire che non è stato dimenticato.
Mario Soldati vive ancora in noi. Dico questo perché sia prima che dopo il suo decesso era caduto nell’oblio. Dico questo perché tanti e tanti momenti precedenti il suo allontanarsi dalla vita avevo modo di vederlo nostalgico, anche triste, erano momenti, ripeto momenti, che venivano subito scacciati dall’affetto che aveva da pochi veri amici e dai suoi cari, da Michele a Giovanni a Wolfango dopo che la sua amata Jucci lo aveva lasciato per sempre.
In quei periodi i ricordi di ciò che era stata la sua vita ritornavano lucidi, descrivendo la stessa come un fiume ricco di possibilità.
Queste possibilità di vita trovavano riscontro quando ricordava la sua infanzia come un’età dove l’esistenza è sì felice, ma al quale si dimentica la vera importanza di «costruire in modo saldo le fondamenta della vita. Era solito dire che era un bambino molto timido, forse perché soffocato dall’amore della madre, donna con un carattere molto forte e con una fede cattolica molto pura, voleva che non uscisse mai da solo sino all’età di 14 anni, ricordava che suo padre lo vedeva molto poco perché era sempre all’estero, e per lui aveva ammirazione perché rapresentava la libertà, l’allegria, tutto ciò che a lui non era permesso sino alla giovinezza che è stata per lui una cosa splendida, con tanti amici potendo uscire e tante volte la notte rientrare tardi.
Ricordava il periodo dell’Università, il liceo presso i «Gesuiti», unitamente al periodo trascorso in America, descritto nei bellissimi libri «La sposa americana» e «America, primo amore». Diceva di Alida Valli che era una donna bellissima e dolcissima. Aggiungeva che gli anni della maturità hanno rappresentato una creatività di energie essendo stato scrittore, regista e dandogli la possibilità di conoscere il grande amore della sua vita, sua moglie Jucci, e amici come Cesare Garboli, ed intellettuali che rispondono al nome di Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini ed Ennio Flaiano.
Nelle conversazioni era solito ricordare quanto dolore gli aveva dato la morte del figlio Ralph, ed anche quello del padre al quale in fondo era riconoscente. La casa di Tellaro l’aveva potuta comprare proprio perché aveva potuto vendere la casa che lo stesso gli aveva lasciato a Nizza. Al padre voleva bene anche se lo vedeva poco, e non lo ha mai criticato nelle sue scelte. Degli autori che più aveva amato era solito citare i libri di Baudelaire, Conrad e Stevenson per accennare ancora alla bellezza, alla forza, alla dolcezza della moglie Jucci.
Erano tanti i momenti e le conversazioni trascorse con Mario soldati nei venticinque anni di amicizia che mi hanno legato a lui, abbiamo avuto modo di parlare sempre di tanti e tanti argomenti. Mai un qualcosa che ci abbia portato a discutere in modo diverso dalla tranquillità e serenità che ogni modo di esporre deve essere.
Ricordo quando era solito chiamarmi a notte inoltrata quando scriveva «i Nuovi Racconti del Maresciallo» per un particolare, per un appofondimento dei luoghi, delle persone, dei fatti che avevano dato origine ad un episodio, in cui io ero stato chiamato a risolvere.
Ricordo il suo dispiacere per non essere riuscito a portare a termine il terzo libro dei «Racconti del maresciallo», causa la caduta nell’ottobre del ’95, con la rottura del femore, nella sua abitazione a Tellaro. Libro che poi proseguii a scrivere da solo, e che lui ebbe modo di dirmi con un «Caro Salvatore, ti sono molto grato di avermi fatto leggere il libro, o almeno una parte di esso, che basta, però, ad evocare la figura così singolare della tua intelligenza, della tua generosità e soprattutto della straordinaria varietà caratteriale negli affetti, nei sentimenti, nei pensieri e ancora della nostra Liguria, la tua, la mia Liguria: la Liguria dove ci siamo incontrati, carissimo Salvatore. Di nuovo, dunque, ti ringrazio. Abbimi sempre il tuo vecchio affezionato amico Mario Soldati».
Quando il 19 giugno 1999, alla notizia che le sue condizioni di salute stavano peggiorando, unitamente a mia moglie Marisa mi precipitai a Tellaro. Tutto era avvolto nel silenzio. Al cancello venne la governante, accertatasi della nostra presenza, prima di aprire si portò all’interno dove riferì ai figli Giovanni, Michele e Wolfango della nostra presenza. Quest’ultimo venne ad aprirci per farci entrare. Nel viottolo ci disse che Mario al mattino era mancato. All’interno non vi erano estranei. Mario aveva lasciato questo mondo con accanto i propri cari. Ci aveva lasciato in silenzio, come aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita.
Ho voluto così ricordarlo, nella speranza che non cada più nell’oblio ma che sia sempre vivo in noi che lo abbiamo amato.
*Maresciallo che ha ispirato
i racconti di Soldati