Parla Olindo: «La confessione? Inventata per evitare l’ergastolo»

Il racconto dal carcere dell’imputato per la strage di Erba: «Non sono mai entrato in quella casa»

Edoardo Montolli

da Milano

Che cosa può spingere un uomo, che oggi si proclama innocente, ad autoaccusarsi di quattro omicidi? E a confessare a un compagno di cella come l’ex manager Telecom Giuliano Tavaroli di essere una specie di serial killer per poi ritrattare? Due interrogativi inquietanti sono la chiave per capire, fino in fondo, l’orrore di quella notte dell’11 dicembre 2006 a Erba, di una mattanza che nessun movente può giustificare.
Olindo Romano e Rosa Bazzi sono gli unici imputati della morte dei vicini di casa Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef, della madre di Raffaella, Paola Galli, e della vicina di casa, Valeria Cherubini. I due coniugi si presenteranno al processo del prossimo 29 gennaio da innocenti, nonostante la confessione resa agli inquirenti un mese dopo la strage. Una confessione che si avvale di una ricostruzione contraddittoria resa ai pm di Como dall’unico superstite della strage, Mario Frigerio, e ritrattata da Olindo durante l’udienza preliminare del 12 ottobre scorso, prima di sapere che quelle due versioni non coincidono in molti punti con i rilievi dei Ris, come il Giornale ha dimostrato nei giorni scorsi. Quel guanto, quelle impronte di scarpe non identificate, quella traccia di sangue di Dna sconosciuto. E altre incongruenze ancora.
Ma allora perché confessare? E perché ritrattare? Che cosa è successo quella notte in via Diaz, 25? È lo stesso Olindo a spiegarlo dal carcere di Bassone ai suoi nuovi legali Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, smentendo quanto raccontato mercoledì in un’intervista al Giornale dal suo ex vicino di cella Giuliano Tavaroli («mi ha confessato di essere il killer»). Olindo Romano racconta: «Quella sera dormivo davanti alla tv accesa. Mia moglie mi ha svegliato, era agitata e mi ha chiesto di andare subito al McDonald’s di Como». Una sera come tutte le altre, che al ritorno prende una piega inaspettata. Vigili del fuoco, carabinieri e passanti circondano la palazzina di Erba. Quattro morti, un ferito. Olindo è preoccupato, quasi in preda al panico. Gli screzi che sua moglie in passato ha avuto con Raffaella e Azouz, i primi commenti dei vicini, tutto da subito sembra paurosamente accostarlo a quella tragedia. «Ma io non ero in quella casa - dice Olindo ai suoi legali - sono completamente estraneo ai fatti». Quando arriva, ricorda di aver «chiesto subito ai carabinieri» che cosa fosse successo. La sera stessa lui e la moglie vengono portati al Comando per essere interrogati. Da lì usciranno alle 4 del pomeriggio. Sin da allora le indagini prendono un unico binario. I carabinieri perquisiscono la sua Seat Arosa, analizzano i suoi vestiti, anche quelli in lavatrice. Non troveranno nulla. Solo una piccola macchia di sangue attribuita alla Cherubini, sul battitacco della Seat. Una sola, piccola, macchia di sangue. Niente sui pedali, nelle maniglie, nel portabagagli, sui sedili. Con il riconoscimento del superstite, che prima di identificare il suo vicino aveva indicato un uomo «alto, tanti capelli neri e di carnagione olivastra», è quella minuscola macchia di sangue che lo farà andare in carcere. Dove confesserà dopo essersi consultato con la moglie, come rivelano le intercettazioni ambientali pubblicate dal Giornale. Una confessione «completamente inventata», decisa davanti alla moglie Rosa, come sembrano confermare le frasi pronunciate in carcere in quei giorni. Quando Rosa diceva «non siamo stati noi», quando manifestava stupore di fronte al riconoscimento di Olindo («ma se tu non sei salito», dirà quella sera Rosa, ndr) e di fronte alla macchia di sangue. «Mi sono inventato tutto - ribadisce ai legali e confermerà in aula - mi era stato detto che mi avrebbero dato l’ergastolo di fronte a prove a mio sfavore che neanche capivo. Io non so perché Frigerio dice di avermi visto, non so perché c’è del sangue sulla macchina. Ma mi era stato detto che, se avessi confessato, tra i vari benefici di legge che mi avrebbero concesso, sarei potuto tornare libero con mia moglie. Ma io sono completamente estraneo ai fatti. Non ho mai fatto del male a nessuno, meno che mai a un bambino».
Se Olindo è loquace, Rosa sembra in preda a un totale caos mentale, dichiarano i suoi legali. Che cosa abbia fatto o che cosa abbia visto quella sera per renderla tanto agitata è ancora tutto da chiarire. E la verità appare sempre più complicata, anche se in troppi sembrano aver già scritto la sentenza.