Parla Rizzo: gli americani come i nazisti

L’episodio è tragico e ambiguo. Prima l’attentato di un kamikaze, alla guida di un minibus imbottito di esplosivo, contro un convoglio di marines su una strada afghana tra Jalalabad e il confine pachistano, poi una lunga sparatoria con il sanguinoso bilancio di 16 civili uccisi e 34 feriti. Per gli americani gran parte di quelle vittime sono state causate prima dall’autobomba e poi dalle raffiche di kalashnikov sparate dagli attaccanti mescolati alla folla. Molti afghani, tra cui autorità locali, testimoni e feriti nell’episodio, puntano invece il dito contro i militari statunitensi, accusandoli di aver aperto il fuoco su passanti e automobili per aprirsi una via di fuga dopo l’attentato.
Per gli esponenti del Partito dei comunisti italiani tutto è già chiaro. La colpa è solo dei militari americani, accusati dall’eurodeputato del Pdci Marco Rizzo di comportarsi come i nazisti. «Gli americani a Jalalabad fanno rappresaglia come i nazisti», ha detto Rizzo, riaprendo quella piaga afghana già fonte di molteplici sofferenze all’interno dell’incerta e divisa maggioranza di governo. «Altro che portare la democrazia: ci sono decine di civili uccisi e feriti. La guerra preventiva e il terrorismo si autoalimentano a vicenda», ha aggiunto Rizzo aprendo nuove incognite sul travagliato rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, che sta per essere discusso e votato dal Parlamento.
A buttare altra benzina sul fuoco ci pensa Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato. «Siamo molto preoccupati per l’escalation di terrore e morte che la presenza militare ha innescato. Il governo - ha detto Spena - deve impegnarsi nella conferenza di pace in modo martellante. Sappiamo bene, al contrario di quello che sostiene D'Alema, cosa sono i talebani e come agiscono, ma chiediamo il rispetto per la nostra convinzione che da quella situazione non se ne uscirà inasprendo il conflitto».
Mentre in Italia la maggioranza di governo riprende a litigare, in Afghanistan si cerca di capire cosa sia successo dopo l’esplosione di quel minibus imbottito d’esplosivo destinato a far strage di soldati americani. Secondo il maggiore William Mitchell, portavoce dell’esercito Usa, gran parte dei feriti e dei morti sarebbero caduti sotto i colpi degli attaccanti. «Dal nostro punto di vista – afferma Mitchell - il fuoco dell’imboscata potrebbe essere responsabile dell’intero numero di vittime, o comunque della maggior parte». Autorità locali afghane accusano i militari di essersi fatti strada sparando nel traffico. Una mezza dozzina di feriti, intervistati all’ospedale, riferiscono di essere stati feriti dai colpi sparati dalle jeep americane. Secondo Mohammad Khan Katawazi, responsabile distrettuale della zona in cui è avvenuta la strage, dopo l’esplosione i soldati hanno trattato chiunque si trovasse intorno come un potenziale attaccante, aprendo il fuoco indiscriminatamente su passanti e automobili. «Sparavano su tutti... sulla gente a piedi e su quella in macchina, hanno colpito almeno una quindicina di veicoli lungo il percorso», ha detto il 38enne Tur Gul, colpito da due proiettili alla mano. Non molto diversa la versione di Ahmed Najib, ricoverato all’ospedale di Jalalabad con una pallottola nella spalla. «Appena abbiamo visto gli americani ci siamo bloccati a lato della strada, un soldato nella prima jeep faceva segno urlando di sgomberare, e noi abbiamo obbedito. La prima jeep non ci ha sparato, ma quando è passata la seconda ho visto i soldati girarsi e sparare prima nella nostra direzione e poi nell’altra».
L’episodio ha subito innescato manifestazioni antiamericane in tutta la provincia di Nangahar, dove centinaia di afghani hanno attaccato a colpi di sassi vari posti di blocco della polizia al grido di «Morte all’America, morte a Karzai». Sempre ieri, due soldati inglesi sono stati uccisi in scontri con gruppi di talebani nella provincia di Helmand.