Parlamentari liguri, uomini di fiducia È di Bornacin la prima voce del Pdl

(...) dei «liguri di complemento» di un altro parlamentare del Basso Piemonte. E, alla formazione mandrogna - che già poteva contare su Mario Lovelli del Pd, sulla senatrice leghista Rossana Boldi e sull’azzurra novese Manuela Repetti - si aggiunge un pezzo d’argenteria parlamentare: Enrico Morando, responsabile del programma del Pd. Silvio Berlusconi, nella sua replica al Senato, lo cita spesso e volentieri, gratificandolo di giudizi lusinghieri; Giorgio Bornacin lo schiera direttamente in squadra, lasciandolo agli atti del Senato, nel primo intervento ufficiale di un senatore del gruppo Popolo della libertà a Palazzo Madama: «L’amico e collega Morando, con cui vi è vicinanza territoriale, poichè lui è di Novi Ligure ed io sono di Genova, quindi c’è vicinanza fra Liguria e Piemonte».
Se Bornacin dà lezioni di geografia ai colleghi, alla Camera - dopo l’intervento a favore della fiducia di un «luneziano» come il sindaco di Aulla prima e di Villafranca Lunigiana poi Lucio Barani - tocca a Roberto Cassinelli dare sfoggio della sua nuova cultura giuspubblicistica. Il neodeputato del Pdl porta in aula la battaglia del Giornale per arginare lo spreco di fondi pubblici per la nuova Marina (battaglia che, stiamo per vincere, anche con la collaborazione del presidente della Regione Claudio Burlando) e scrive al ministro delle infrastrutture e dei trasporti con tono solenne e formale «per sapere se corrisponda al vero che l’Autorità Portuale di Genova, nonostante vi siano, fin dall’ottobre 2007, esplicite e remunerative richieste di concessione relative alla “Nuova Darsena Nautica“ antistante il compendio fieristico della città, non abbia provveduto e provveda al rilascio delle stesse con grave danno per l’Autorità portuale stessa, lasciando così inutilizzata una valida opera pubblica costata ben 45 milioni di euro».
Se Cassinelli batte tutti sul tempo delle interrogazioni e Bornacin vince la guerra del più veloce nel prendere la parola in aula, entrando addirittura nella storia del Pdl come il primo oratore in Senato, Enrico Musso è il primo a differenziarsi da Silvio Berlusconi. Intendiamoci, tutto politicamente correttissimo. Però un’affermazione come «mi riconosco pienamente nelle dichiarazioni programmatiche del presidente del Consiglio, ma permettetemi di andare un poco oltre», in altri tempi sarebbe stata presa dai custodi dell’ortodossia berlusconiana più stretta (fra cui, ovviamente, non c’è Silvio Berlusconi, visto che gli piace esercitare ironia ed autoironia), come una pericolosa forma di deviazionismo intellettuale. E quel «ma» avversativo sarebbe stato interpretato come una colpa che necessitava di un lavacro politico per essere emendata.
Ora, fortunatamente, i tempi sono cambiati. I custodi dell’ortodossia - come spesso capita ai moralisti di ogni sorta, sono i nuovi capi dell’eresia o addirittura fuori dal Pdl - e i resoconti parlamentari possono annotare «applausi dal gruppo Pdl» per l’intervento di Musso. Che, complici le sue origini francesi, cita il maggio del ’68: «Siamo realisti, chiediamo l’impossibile, si sarebbe detto quarant’anni fa in un’altra grande capitale europea (...) Ecco dunque l’impresa straordinaria: attraverso risposte moderne ai problemi del Paese offrire risposte alle speranze dei giovani sui temi dell’ambiente, dell’equità fra generazioni e fra continenti, del rapporto fra impegno, studio, merito, da un lato e opportunità di lavoro, di famiglia e di felicità, dall’altro. Auguri, signor presidente del Consiglio, di realizzare, in questo Paese e per questo Paese, un’impresa davvero straordinaria».
Ma la forza davvero rivoluzionaria di Musso è quella di parlare di giovani in un’aula circondata da busti di Cavour e Salandra, dove Rita Levi Montalcini si mimetizza con gli arazzi d’epoca: «Da anni ormai ragazzi e ragazze delle nostre città, scuole e università non si aspettano risposte dalla politica. Le cercano (lo dico dopo 24 anni di lavoro con i ragazzi) quando va molto bene, negli altri giovani del mondo intero, nell’amicizia, nell’amore, nella musica, nella religione e, quando va molto male, le cercano nella droga, nella violenza, nei miti di un successo effimero e ignorante».
Se dire queste cose in un’aula di Parlamento è deviazionismo, evviva il deviazionismo.