Parlamento abolisce i vitalizi Ma quelli dei futuri eletti...

Dalla prossima legislatura le Camere dichiarano guerra alle pensioni d’oro Per gli attuali e gli ex non cambia nulla: 5 anni in Aula e si riceve l’assegno

Roma - La guerra ai privilegi dei politici è stata dichiarata. Ma non sarà una blitzkrieg, una guerra-lampo. Piuttosto una guerra di posizione. Per la quale meglio non avere fretta: gli effetti benèfici sulle casse dello Stato si vedranno solo tra parecchi anni, forse una ventina. Camera e Senato vanno verso il superamento dell’attuale sistema dei vitalizi per i parlamentari, ma solo per i nuovi eletti a partire dalla prossima leglislatura. Quindi resteranno pensionati d’oro a carico dello Stato sia gli ex parlamentari che già beneficiano del vitalizio sia i parlamentari in carica che hanno già trascorso almeno cinque anni effettivi in Aula.

Se l’attuale legislatura sarà ultimata, tutti i deputati che l’avranno interamente vissuta saranno quindi «salvi». Se invece la legislatura finirà prima del termine naturale del 2013, i deputati con meno di cinque anni di anzianità a Montecitorio e Palazzo Madama potranno salvare il vitalizio solo facendosi rieleggere. Gli elettori potranno in quel caso far risparmiare lo Stato semplicemente votando i debuttanti.

È stato il presidente del Senato Renato Schifani ad annunciare ieri la novità, decisa all’unanimità dal consiglio di presidenza di Palazzo Madama. Una scelta che l’ufficio di presidenza di Montecitorio aveva già preso lo scorso 21 luglio. Alla Camera è infatti allo studio la «definizione di una proposta di sostituzione dell’attuale sistema, a decorrere dalla prossima leglislatura, con un nuovo sistema di tipo previdenziale analogo a quello previsto per la generalità del lavoratori». Il destino di deputati e senatori è comune, non potranno essere scelti sistemi diversi per le due Camere. Due le possibili opzioni: un sistema contributivo tradizionale (che parificherebbe il mandato da parlamentare a un vero e proprio lavoro) o una rendita assicurativa. In tutti e due i casi sarebbe il singolo parlamentare a versare i contributi.

Fino a oggi i parlamentari erano tra i pochi privilegiati lavoratori a maturare il diritto a una sorta di pensione con solo cinque anni di lavoro alle spalle. Il sistema tuttora in vigore prevede infatti, per i deputati, il versamento mensile di una quota dell’8,6 per cento della propria indennità lorda (pari a 1006,51 euro), che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi. Il deputato dopo cinque anni di mandato effettivo matura il diritto a ricevere il vitalizio a partire dal 65° anno di età, che può scendere fino al 60° in relazione agli anni di mandato svolti.

L’assegno varia da un minimo del 20 per cento a un massimo dell’60 per cento dell’indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare, e viene sospeso se il deputato viene rieletto al Parlamento nazionale o al Parlamento europeo o a un consiglio regionale, oppure se assume cariche pubbliche che prevedano una indennità il cui importo sia almeno il 40 per cento dell’indennità parlamentare, a meno che l’ex parlamentare non rinunci all’indennità optando per il vitalizio.

La politica nazionale mostra quindi di voler seguire l’esempio della virtuosa Lombardia, che ha già calendarizzato per il prossimo 6 dicembre il voto in aula della legge che prevede il taglio del 10 per cento delle indennità per i consiglieri e l’abolizione dei vitalizi e del trattamento di fine rapporto. Soddisfatto fino a un certo punto Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera: «La decisione del Senato di superare l’attuale sistema dei vitalizi è un buon segnale ma non è sufficiente, si deve fare di più. Nel momento in cui si chiedono sacrifici ai cittadini per affrontare la crisi e rilanciare l’economia si deve avere il coraggio di dare un taglio ai privilegi dei politici».