In parlamento c'è un onorevole drogato. E fesso

Resi noti i risultati dei test ai quali si sono sottoposti
volontariamente 232 parlamentari su 952. Quelli che sapevano di
rischiare qualcosa hanno rifiutato l’esame. Tranne uno...

Il nome non lo sa nemmeno Carlo Giovanardi. Le norme per chi fa privatamente diagnostica sono rigide anche quando si applicano ai comuni mortali, figuriamoci in questo caso, con i «pazienti» che sono rappresentanti del popolo sovrano. Materiale da maneggiare con cura e tutte le cautele del caso. Nessuno sa chi sia l’unico parlamentare risultato positivo al test della cocaina. Sulla sua identità è stata tirata su una cortina di ferro che non è venuta giù nemmeno sotto la pressione dei pettegolezzi di palazzo.

La metodologia lo mette al sicuro. Sulle buste con i risultati non c’è un nome, ma un codice. Chi si è sottoposto al test ha una tessera dove è riportato a sua volta un codice. È quindi impossibile per chiunque, tranne che per il diretto interessato, collegare ogni drug test ad una persona.

Il tono dei boatos, comunque, ieri era questo: «Ma chi è quel fesso che si fa fare il test antidroga sapendo di essere un pippatore?». Misteri della politica e della cocaina. Sarà che alcune sostanze psicotrope - e a volte anche l’elezione in Parlamento - danno una pericolosa sensazione di invulnerabilità. Oppure il malcapitato a suo tempo non poté fare a meno di aderire alla proposta del sottosegretario alle politiche antidroga; magari si prestò alle telecamere mentre si faceva fare il test, salvo poi invocare la privacy per evitare una gogna. «E che devo pagare solo io?», possiamo immaginare sia stato il suo ragionamento, di fronte al foglietto del laboratorio che certificava senza ombra di dubbio - i test sono ripetuti due volte - che nel suo organismo circola benzoilmetilecgonina. Effettivamente il test antidroga voluto dall’esponente Pdl lascia diversi margini di incertezza. E le scappatoie per chi non vuole rinunciare né alle sostanze, né alla carica pubblica, sono tante.

In tutto il test - analisi del capello, ripetuta due volte da laboratori diversi - è stato fatto a 232 parlamentari. Ma quelli che hanno ritirato il test sono stati solo 176. Ne consegue che ci sono 56 buste chiuse di altrettanti politici che nella migliore delle ipotesi si sono dimenticati di avere aderito. Oppure, nella peggiore, non vogliono sapere e non vogliono che si sappia.

Quelli che hanno ritirato e dato il permesso di pubblicazione del loro nome e del referto, sono 147. Neanche a dirlo, tutti negativi al test antidroga. Il solo positivo per cocaina appartiene al gruppo dei 29 che hanno ritirato, ma non hanno dato il permesso a divulgare dati e nome. Gli altri 28 sono sicuramente negativi, quindi. E si tratta in prevalenza - spiegavano sottovoce addetti ai lavori - di antiproibizionisti o comunque politici contrari per ragioni di principio a divulgare informazioni personali.

Senza contare l’altra area grigia. Tanto grande da rendere poco rappresentativo il test. Se gli eletti nelle due Camere sono 952, restano fuori più di 700 parlamentari. Tanti. E ce ne sono anche molti tra quelli che, in particolare ai tempi dello scandalo Marrazzo, hanno chiesto il pugno duro.

La lista dei volonterosi è bipartisan. Si va, in ordine alfabetico, dal Pd Luciano Agostini e una poco sorprendente ex Pd Paola Binetti fino all’industriale Massimo Calearo. Tutti negativi, così come è negativo il ministro Sandro Bondi e poi, scorrendo la lista, Pier Ferdinando Casini (Udc), Giuliano Cazzola (Pdl), Cesare Damiano (Pd), Massimo Donadi (Idv), Enrigo Gasbarra (Pd), Maurizio Gasparri (Pdl), Renzo Lusetti (ora Udc), Ermete Realacci (Pd). C’è anche la seconda carica dello Stato, Renato Schifani (Pdl) e l’ex comandante generale della Guardia di finanza, Roberto Speciale. Tutti puliti, fino all’ultimo della lista: Zinzi (Udc).

A ben guardare mancano i vip di entrambi gli schieramenti. Questo, si dirà, era un test più per deputati e senatori semplici. Dei leader politici c’è solo l’Udc Pier Ferdinando Casini. E dalla lista manca persino Antonio Di Pietro che poco tempo fa chiese di rendere obbligatorio il test antidroga e si sottopose agli esami. «Di Pietro non solo si è sottoposto al test, ma ha dato l’autorizzazione a rendere noto l’esito», si è affrettato a precisare il suo ufficio stampa, chiedendo al dipartimento Antidroga di provvedere. A Palazzo Chigi non risulta che l’ex pm abbia ritirato la sua busta che è quindi insieme alle altre 56 buste anonime. Stesso problema per il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, che ha fatto il test, ma non si è ritrovata in lista.
Presto saranno resi noti anche i risultati dell’altro test, quello promosso da Ignazio La Russa. Le cifre già si conoscono: su 102 parlamentari, nessuno positivo. Di «fessi» ce n’è solo uno.