Il Parlamento nel pantano per quelle ottocento pagine

Paolo Armaroli

Ai tempi del quarto governo Moro, era il 1975, una seduta del Consiglio dei ministri si trascinò più a lungo del solito. A un certo punto, stremati, i ministri pensarono che questa festa dello spirito fosse finita e stavano per alzarsi e andarsene. Ma il presidente del Consiglio, che la sapeva lunga, invitò a un minimo di attenzione. Avvertì che doveva ancora essere approvato il disegno di legge di riforma della Rai. Ma aggiunse che se del testo fosse stata data lettura, non sarebbe mai stato approvato. Perciò, concluse, si dà per letto e approvato. Ecco, sospettiamo che su questa Finanziaria le cose siano andate pressappoco così.
Un sospetto più che fondato, sia chiaro. Perché questo disegno di legge non solo è discutibile nella sostanza. Come prova il fatto che non piace neppure a più di un settore della maggioranza e ha fatto andare in bestia il popolo di sinistra, a cominciare dai sindaci delle città. Ma fa anche ribrezzo nella forma, che nel diritto è sostanza. Questo provvedimento nella versione originaria consta di ben 217 articoli che coprono la bellezza di 298 pagine. A questa mostruosa pappardella si aggiungono poi ben 451 pagine di relazioni e 56 di tabelle. Va bene che si tratta della classica legge omnibus, dove c’è per tutti un po’ di tutto: in primis lacrime e sangue. Ma non è certo un bel modo di legiferare.
Naturalmente nulla è dato al caso. Il centrosinistra ci aveva già offerto un saggio della sua logorrea in campagna elettorale. Quando aveva annunciato urbi et orbi un programma di 281 pagine che, riletto oggi, ci dimostra quante promesse da marinaio ci sono state ammannite. E ora, a differenza di Paganini, bontà sua concede il bis. I cittadini? Per lor signori sono bambini che a fin di bene vanno presi per mano e guidati da menti fosforescenti. Le loro, si capisce. Cose da far rabbrividire chi ama le libertà. Che per nessuna ragione al mondo intende rassegnarsi a finire impigliato, come Gulliver, in una rete normativa dalle maglie sempre più piccole.
Ma non occorre essere maliziosi per capire che questo smisurato lenzuolo legislativo ha anche un altro scopo. Si propone di eludere qualsiasi forma di controllo. Il presidente della Repubblica Napolitano nel poco tempo che gli è stato concesso non poteva ovviamente dargli più di un’occhiata. E ha autorizzato la presentazione alla Camera di questo provvedimento senza l’opportunità di un meditato controllo. Ma il capo dello Stato non è il solo organo costituzionale a fare le spese della logorrea ministeriale. Anche il Parlamento, al quale spetta l’ultima parola, è in forte difficoltà. Lo ha già denunciato su queste colonne da par suo Geronimo, nom de plume di Paolo Cirino Pomicino. Ma a Palazzo Chigi e dintorni hanno fatto finta di niente. Eppure la sua denuncia non fa una grinza. La sessione di bilancio, prevista dai regolamenti parlamentari, concede alla Camera per l’esame della manovra economica quarantacinque giorni con tempi contingentati. Perciò le commissioni, a cominciare dalla Bilancio, e l’assemblea dovranno fare miracoli per entrare nei dettagli. E il diavolo proprio in questi si nasconde. Prima o poi, per vincere le resistenze della propria maggioranza, il governo porrà la questione di fiducia su qualche maxiemendamento che accorperà un’infinità di articoli. Con il risultato che avremo sì pochi articoli. Ma formati, o meglio sformati, da un’infinità di commi che abbracceranno decine e decine di pagine ciascuno. Interpretabili a piacimento, o giù di lì. In barba alla certezza del diritto.
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