PARLAVA DI CASTA ANCHE MUSSOLINI

Da amico vorrei chiedere a Paolo Mieli, dopo il suo discorso di Capri, a che gioco politico stia giocando e se ne valuta i rischi. Mi spiego. Il direttore del Corriere della Sera, come tutti ricordiamo e come ieri anche lui ha voluto ricordare, nel 2006 ruppe la tradizione di neutralità del suo giornale e invitò a votare per il candidato Prodi. Molti si sorpresero, qualcuno si indignò, il Corriere perse copie, noi ne acquistammo e Prodi vinse per un pugno di voti che oggi Mieli rivendica come determinati dal suo «endorsement». Il governo cominciò subito a sfasciarsi sfasciando anche il Paese. Solo a quel punto, il vecchio e dormiente Golem dell’antipolitica è stato rianimato e mandato in giro a fracassare Parlamento, partiti e quel che restava del rapporto fra cittadini e istituzioni. Spontaneismo nel vento della storia? Ma andiamo! Paolo Mieli e il suo giornale (Beppe Grillo è un comprimario clamoroso ma da solo impotente) sono stati non i cronisti, ma i creatori e portabandiera di questa crociata. E non soltanto perché sono due giornalisti del Corriere quelli che hanno scritto La Casta, il Libretto Rosso della rivoluzione contro il Parlamento, ma perché il Corriere ha dedicato e dedica lenzuolate di pagine per promuovere e incendiare questa campagna distruttiva.
Ieri, alla riunione dei giovani industriali a Capri il direttore del Corriere, sottolineando che parlava da commentatore e non da direttore, ha estratto la clava dell’antipolitica e con quella ha colpito in fronte Prodi attraverso l’espediente retorico di chiedere di «tagliare subito il numero di ministri o sottosegretari» o dimettersi. Va da sé che le parole di Mieli sono musica politica per le nostre orecchie, ma confessiamo egualmente la nostra allarmata perplessità. Davvero Mieli scopre solo oggi l’indecenza anche estetica della ridicola pletora di ministri e sottosegretari dell’uomo e del governo che si vanta di aver sponsorizzato? È possibile che Mieli abbia ceduto ieri ad un soprassalto di sdegno? No: nessuno ha mai potuto accusare Paolo Mieli di improvvisazione. E allora, poiché Prodi è una sua creatura, poiché anche l’antipolitica è una sua creatura, e poiché ieri ha usato una delle sue due creature per colpire l’altra, che cosa dobbiamo pensare se non che il ben ponderato direttore di via Solferino abbia in mente un suo o altrui disegno, una diversa road map? Ma una road map verso dove? È probabile che il Corriere della Sera non abbia mai puntato su Prodi, ma su altro. Nell’attesa della banale rivelazione, al Mieli storico e allo stesso tempo sponsor della rivoluzione contro «la casta» voglio ricordare le parole del Mussolini ormai vittorioso il 28 marzo 1926 proprio a proposito della casta: «Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche (...). Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».
La storia per fortuna non si ripete, ma gli errori sì e i rischi anche.
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