Parmalat, falsa partenza per il maxiprocesso: è stato rinviato a maggio

Assente illustre il patron Tanzi. E l’incubo «tempi» incombe su questo dibattimento gigantesco: 56 imputati, oltre 33mila possibili parti civili

nostro inviato a Parma

Più di cento avvocati, una manciata di imputati e uno sparuto drappello di risparmiatori che sta sulle dita di una mano. Il processo Parmalat comincia in una mattina in cui l’aria di primavera fa a pugni con le ultime nebbie. Il plotone dei legali supera il cancello del Centro congressi, sfiora l’auditorium disegnato da Renzo Piano e s’infila nel grande salone. Alle 9.45 il presidente Eleonora Fiengo dà il via alla kermesse. In un clima confuso Fiengo chiama il dibattimento Ciappazzi, il primo dei cinque processi che formano la galassia Parmalat, e lo rinvia al 16 ottobre. I Pm si guardano smarriti. Ma che succede? Quanto tempo ci vorrà per esplorare il cratere in cui sono spariti 14 miliardi di euro, un record nella storia dei disastri finanziari tricolori?
Fuori, due o tre «bond people» mitragliano interviste a telecamere e taccuini. Rita Cipriano tiene fra le mani un cartello arancione che ripete per tre volte la stessa parola: «Vergogna». Lei lo illustra con due o tre frasi: «Sono partita da Milano in treno perchè voglio esserci. Mia figlia ha perso in questa storia 20 mila euro». Una signora approva con cenni della testa: «Vengo da Roma - spiega Marisa Zaccaria - e sono partita ieri sera tardi. Io ho fatto la quinta elementare ma mia nipote, che è laureata e lavorava in Antonveneta, mi aveva convinto a tentare quell’investimento. Abbiamo perso diecimila euro a testa e ora li rivogliamo indietro». Propositi bellicosi e molta grinta, mentre fra gli alberi spunta, immancabile, anche il risparmiatore ciclista Andrea Cogo, a suo modo un’icona del crac.
Dentro, intanto, scoppia la bagarre. Gli avvocati di Calisto Tanzi, rigorosamente assente, vogliono la riunificazione di tutti e cinque i processi, anzi quattro visto lo scorporo del capitolo Ciappazzi, in cui sono imputati i banchieri Cesare Geronzi e Matteo Arpe. Ma l’accusa, guidata dal procuratore Gerardo Laguardia e rappresentata da Vincenzo Picciotti, Lucia Russo e Paola Reggiani, non ci sta: «Se si mette tutto insieme, in un maxiprocesso - allarga le braccia Laguardia - non finiamo più. Ci vorranno cinque anni o forse dieci».
Per Giampiero Biancolella, Fabio Belloni e Filippo Sgubbi, i difensori di Tanzi, avvicinare tutte le tessere è fondamentale per ricostruire la storia, per avere finalmente la visione d’insieme e per condividere con tanti altri soggetti il cerino delle responsabilità che ha incenerito il «tesoretto» di migliaia di sventurati.
Valseno Giovanardi, un muratore di 73 anni, fa i conti in fondo all’aula e ancora non si capacita: «Mi avevano spinto a prendere sessantamila euro. Ora sono qua, senza un centesimo dopo 26 anni vissuti da emigrante in Svizzera». Un giornalista del Canton Ticino gli stringe la mano, lui s’illumina: «Mi saluti Lugano».
La corte si ritira in camera di consiglio, la prima di una sequenza che si annuncia lunghissima. Pausa. Lorenzo Penca, un tempo numero uno della società di revisione Grant Thornton, improvvisa una piccola arringa davanti a un caffè: «Mi hanno arrestato come Tanzi a dicembre 2003, ma io non mi ero accorto di nulla e non potevo accorgermi di nulla perchè le carte erano false, falsa la contabilità, falsi i bilanci. Io leggevo cifre e numeri che non stavano da nessuna parte, ma che messi in fila erano credibili. Io non ho preso una lira da questi signori di Parmalat, del resto in quel terribile 2003 i documenti erano rimasti per tre mesi alla Consob e anche la Consob non aveva notato nulla di anomalo».
La corte rientra. Il presidente spiega che deciderà il destino dei diversi tronconi il 6 maggio. La prima udienza finisce nello spazio di un mattino, fra sorrisi di circostanza e scaramucce sulle inevitabili beghe procedurali. Il crac, almeno per oggi, resta sullo sfondo. L’avvocato Carlo Federico Grosso, bandiera dei bond people, mette le mani avanti: «Speriamo nelle transazioni. Ottenere una sentenza è una cosa, avere veramente i soldi un’altra storia». La pattuglia dei truffati, una scheggia dei 33.500 che dovrebbero costituirsi parte civile, corre in stazione. Si torna a casa. Come i pendolari.