Parmalat, Intesa valuta il progetto dei fondi

Battaglia finale su Parmalat. Entro la fine del mese la cordata dei tre fondi esteri che insieme controllano il 15,3% del capitale alzerà il velo sul nome del ceo da proporre per sostituire Enrico Bondi. Al momento sono in ballo tre top manager. Quello prescelto finirà nella lista degli 11 consiglieri da sottoporre all’assemblea del 14 aprile che dovrà essere presentata entro il 18 marzo. In lista ci sarà di sicuro Rainer Masera, candidato alla presidenza. Nei prossimi giorni i fondi Zenit, Skagen e Mackenzie completeranno la lista con l’assistenza di Lazard: la filiale milanese che da giugno è guidata dal presidente Carlo Salvatori, sta assistendo i fondi nella selezione dei candidati per il cda e più in generale nella manovra per cambiare il management. Un percorso iniziato da tre mesi che in queste ore consisterà nel guadagnare consenso: i numeri ci sono perché il 15,3%, sommato a qualche altro fondo, garantisce già la maggioranza di un’assemblea dove è atteso il 30% del capitale. Ma un’operazione così è meglio farla con l’ok dei soggetti finanziari e politici determinanti.
Tra i primi c’è Intesa Sanpaolo, con il 2,4%, ma fin da subito soggetto chiave nel sostenere Bondi nell’opera di salvataggio dopo il crac del 2003. Nelle scorse settimane ci sarebbe stato più di un contatto informale tra i rappresentanti dei fondi e la struttura corporate di Intesa guidata dal direttore generale Gaetano Micciché. Contatti dai quali, secondo quanto risulta al Giornale, sarebbe emersa la convinzione di Intesa di appoggiare il nuovo progetto. Tale esito non trova conferma da fonti vicine alla banca, che comunque confermano come Intesa «guardi con interesse ed attenzione tutti i possibili sviluppi della situazione». La neutralità della banca guidata da Corrado Passera, vista la delicatezza del caso, potrebbe arrivare anche fino all’assemblea. Ma ad alcuni pare già di per sé un segnale forte nella direzione del cambiamento.
L’altro campo dove Lazard e i fondi dovranno lavorare è quello del governo, perché con la norma nel decreto Milleproroghe approvata martedì 15, l’esecutivo ha voluto chiarire due cose: la prima è che non sono possibili modifiche né agli obblighi del concordato Parmalat, né allo statuto prima del 2020; inoltre, nella relazione d’accompagnamento, è scritto che la distribuzione di utili ai soci non può essere superiore al 50%. Una precisazione che assume un enorme peso politico. Un vero e proprio stop rispetto a chi volesse puntare a conquistare Parmalat per poi svuotarne le casse, come Bondi sostiene che intendano fare i fondi. Ed eccoci al punto: è questo l’obiettivo dei soci?
In realtà la meta dei fondi, sul quale si sarebbe spesa Lazard, non sarebbe quella di svuotare le casse, ma di mettere alla testa del gruppo Parmalat un manager in grado di far crescere il gruppo. L’idea è che il metodo-Bondi, gran risanatore di aziende e abilissimo nel recupero crediti (dal crac ha saputo recuperare 2 miliardi) non può più bastare nella fase della crescita. Ci vuole un progetto diverso. Non a caso il mercato non ha cessato di sostenere le quotazioni del titolo dopo la norma del Milleproroghe. E secondo il sito www.websim.it, divisione retail di Intermonte, il Milleproroghe non impedisce ai fondi di estrarre più valore dalla società. Sia attraverso acquisizioni, sia con altre operazioni finanziarie, come per esempio un buyback.
Come si vede, la partita è tra due modi diversi di intendere la gestione di un’impresa. E trattandosi di una che si chiama Parmalat, il clamore è comunque assicurato.