Parmalat, ora la Procura rischia il crac Il conto dei consulenti è di 7 milioni

Il Tribunale di Parma deve pagare 7 milioni di euro ai consulenti che hanno aiutato i pm a scoprire la bancarotta del gruppo: commercialisti, docenti universitari e revisori chiedono dal 2004 il pagamento delle parcelle

Milano - Amaro destino per la procura di Parma, quella che da due anni conduce le indagini sul crac Parmalat, la bancarotta del secolo. Proprio per colpa delle ciclopiche indagini sui 15mila di miliardi di vecchie lire andati in fumo, la stessa procura rischia ora di andare in «fallimento». Il gruppo di consulenti tra commercialisti, supertitolati docenti universitari, studi di revisione, vanta e attende da oltre un anno il pagamento delle parcelle. A compenso delle analisi contabili, documentali compiute su almeno 5 milioni di documenti sequestrati. Verifiche mai compiute finora che hanno fatto salire alle stelle i compensi.
Tirate le somme, secondo stime in difetto, il ministero della Giustizia dovrebbe sborsare oltre 7 milioni di euro. Una somma fino a ieri impensabile per una procura di una città di provincia. Sarà il peso delle scelte o la difficoltà delle contestazioni da muovere ai propri consulenti, sta di fatto che nessuno nell’ufficio si è preso la briga di dare l’ok ai pagamenti o solo di formalizzare qualche dubbio sulle somme richieste. Così sono passate prima le settimane, poi i mesi. I magistrati nicchiano. I consulenti sempre con meno savoir faire chiedevano di ricevere i compensi ai loro onorari risalenti in gran parte al 2005. «Dovete avere pazienza», rispondeva come un disco rotto il procuratore capo Gerardo Laguardia, «stiamo ancora valutando». E così i sostituti procuratori, sia quelli che iniziarono le indagini, sia quelli che via via si sono succeduti. Ma sui conti, al di là di qualche centinaia di migliaia di euro di anticipo, non si è più visto un accredito. Da qui i mugugni di Roberto Megna e Oliver Galea, i due analisti autori della ricostruzione contabile su Parmalat e soci della PriceWaterhouseCoopers, di consulenti aziendali come Piero Manaresi, di docenti come Alberto Nobolo (oltre 600 pagine di perizia) e Paolo Bastia. «Diciamo che la procura è un po’ indietro con i pagamenti - allarga le braccia Nobolo, dell’Università Bicocca di Milano - ma oltre che sollecitare i magistrati in modo corretto, che altro posso fare?». Nobolo ha presentato proposta di pagamento al procuratore un anno e mezzo fa. Sta ancora aspettando. Come tutti. «Porterò pazienza ancora qualche mese - risponde invece Bastia - e poi vedremo se con l’anno nuovo ci sarà uno sblocco...». Chi ha presentato la prima parcella nell’agosto del 2004 è invece Manaresi: «Credo che la magistratura meriti rispetto come qualunque altro lavoro o incarico svolto con professionalità. È anche evidente che ritardi simili pongono i consulenti in non poche difficoltà». Vuol far quindi causa? «Non ci penso nemmeno. Ma è una vicenda imbarazzante che crea disagio. Siamo l’anello debole: l’incarico giudiziario non permette di diminuire l’impegno ormai assunto a differenza di quanto può avvenire con un cliente privato».
Di passi ufficiali ancora nessuno ne ha compiuti. Anche perché ricorrere a carte bollate, ingiunzioni e diffide è cosa imbarazzante. Soprattutto se si ha come controparte un ufficio giudiziario che è poi il proprio datore di lavoro: «La pubblica amministrazione è lento pagatore - prosegue Bastia - questo è un fatto noto, anche se in questo caso lo sono particolarmente...». L’ultima voce dava Laguardia ormai in procinto di firmare i mandati di pagamento. Ma l’indiscrezione al momento si è rilevata senza riscontro. In effetti spetta al procuratore capo esprimere il nulla osta. Confutare le somme indicate. Che in qualche caso sono anche raddoppiate rispetto al normale vista la complessità del lavoro svolto (una bancarotta senza precedenti nel nostro Paese), l’urgenza richiesta e la mole di documenti esaminati.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it