Parmalat, ora scendono in campo gli allevatori

Continua la guerra del latte. Baietta, presidente della cooperativa Santangiolina, lancia un appello
per coinvolgere nel capitale tutti gli altri produttori. La Cassa depositi e prestiti lavora
al fondo per contrastare Lactalis: il ruolo della nuova Sgr

Per un allevatore il week-end è solo un modo di dire: il suo lavoro non si interrompe mai. Tanto più per chi è direttamente coinvolto nella vicenda Parmalat, e ha più di un motivo di preoccupazione.

«Abbiamo salvato un marchio italiano e adesso non ci va vedercelo scippare dai francesi - spiega Antonio Baietta, presidente della cooperativa Santangiolina Latte, che raccoglie 400 allevatori in Lombardia ed è fra i soci di Parmalat - Certo, oggi potremmo anche guadagnarci: ma dobbiamo guardare in prospettiva. Nel 2013 ci sarà la riforma della “Pac“, la politica agricola comunitaria, e nel 2015 verranno abolite le quote latte: a quel punto verranno al pettine tutti i nodi dell’agricoltura italiana, con i maggiori costi di produzione dovuti alla burocrazia, ai costi energetici più alti, alla scarsità di terreno, che ci mettono in difficoltà rispetto alla Francia. Dove comprerà il latte a quel punto Lactalis?». Ma il presidente della Santangiolina Latte non intende stare a guardare. «Enrico Bondi, le banche, il governo: tutti stanno lavorando bene. Ma anche noi vogliamo fare la nostra parte: siamo pronti a lanciare una sottoscrizione di tutti gli agricoltori per diventare azionisti di Parmalat e lanciare una public company. Dobbiamo combattere ad armi pari».

Lavori in corso anche alla Cassa depositi e prestiti, per dar vita al nuovo Fondo che, sulla falsariga del Fsi francese, avrà il compito di difendere le imprese italiane considerate strategiche. Il «braccio finanziario», che è partecipato al 70% dal Tesoro e al 30% dalle fondazioni bancarie, riunirà al più presto un cda che a sua volta convocherà una assemblea straordinaria per modificare lo Statuto e consentire l’operazione Parmalat, così come stabilito dal decreto approntato da Tremonti.

L’ipotesi più accreditata è che la Cassa possa partecipare alla cordata italiana acquisendo direttamente quote che, solo in un secondo momento, sarebbero conferite al fondo pubblico. Il confronto è aperto ancora sulla consistenza delle risorse che dovrà contenere questo nuovo strumento finanziario (si parla di circa 15 miliardi contro i 20 miliardi del «cugino» francese Fsi), mentre sembra chiaro che sarà gestito da una nuova Sgr.

L’altro nodo è rappresentato dalle risorse. Attualmente la Cdp ha 4 miliardi di capitale disponibile, ma sono destinati anche ad altri obiettivi. Il decreto di Tremonti però parla anche della possibilità di partecipazione al Fondo da parte di «società private o controllate dallo Stato o enti pubblici» (ad esempio le casse di previdenza, tra cui Inps e Inail).

Lontano dai riflettori della cronaca, intanto, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, sfruttano il vantaggio dello spostamento dell’assemblea di Parmalat a fine giugno per cercare di costruire la cordata italiana coinvolgendo un partner industriale come Ferrero. Possibile di poi il coinvolgimento di Clessidra.