Parmalat risorge in Borsa. Granarolo al bivio

Attesa una decisione a breve ma pesa l’incognita della battaglia legale con le banche

Massimo Restelli

da Milano

Un travagliato salvataggio industriale intriso di veleni e cause miliardarie: è la storia recente di Parmalat che ieri in Piazza Affari ha recuperato parte del terreno perduto (più 3,1% a 2,1 euro) nelle sedute precedenti dopo che l’inglese Hsbc ha insinuato un dubbio sulla legittimità costituzionale delle revocatorie ammesse dalla legge Marzano. Il responso della Consulta si farà attendere, ma il mercato crede alla controffensiva avviata martedì sera dall’ad Enrico Bondi che ha chiesto l’intervento della Consob sul ricorso, subito filtrato sulla stampa, presentato al Tar da Unicredit e Jp Morgan per sottrarre al concordato alcune finanziarie estere dell’ex galassia di Calisto Tanzi. La tesi di Parmalat è che ci siano state manovre finalizzate a influenzare i prezzi.
Dubbi di Bondi a parte, rispetto al massimo di 3 euro registrato al rientro in Borsa all’inizio di ottobre il titolo cede ancora un terzo del proprio valore (meno 5,7% da venerdì, quando il tribunale di Parma si è rivolto alla Consulta) a dimostrazione di come il futuro del gruppo sia sospeso su una ragnatela fatta di speculazione e offensive legali. Situazione che avrebbe insinuato dubbi ai possibili scalatori, a partire da Granarolo. Il gruppo presieduto da Luciano Sita, insieme a Lactalis e Nestlé, non ha infatti mai nascosto l’interesse industriale per Parmalat così da creare, attraverso un’Opa, un grande polo alimentare italiano. Il progetto è visto con freddezza da Bondi, ma Granarolo dovrebbe darne conto ai propri azionisti in tempi ormai brevi, forse già entro fine anno, soppesandolo con l’alternativa di approdare direttamente sul listino.
Anche senza considerare le numerose richieste di risarcimento danni (13,5 miliardi il massimo) avviate da Parmalat verso il sistema bancario è tuttavia la stessa incognita delle revocatorie (7,5 miliardi) a rendere complesso calcolare il prezzo di un’eventuale scalata di un gruppo che dopo, il crac provocato dalla famiglia Tanzi e i danni subiti da molti piccoli risparmiatori, vede ora tra i propri azionisti alcuni fondi e gruppi finanziari.
Oltre alla presenza di Intesa nel capitale di Granarolo per valutare quanto il clima sia avvelenato basta il gelo che Unicredit riserva a Bondi dallo scorso agosto. Quando il top manager ha presentato un richiesta di risarcimento da 4,4 miliardi mentre Alessando Profumo stava ultimando i preparativi per chiedere la quotazione a Francoforte del gruppo creditizio ora prossimo alla fusione con la tedesca Hvb.
Tempistica che avrebbe sollevato molti malumori in Piazza Cordusio, dove ieri si respirava un’aria di perplessità per l’affondo di Bondi. Visto che il ricorso al Tar, comune con Jp Morgan, sarebbe stato presentato allo scadere dei tempi utili proprio per non interferire con il ritorno sul listino di Collecchio.