Parmalat, scaricabarile sul processo-lumaca

Aria di bufera intorno al dibattimento sul crac finanziario. Ma i tempi
per arrivare a sentenza a Milano ci sono. E anche Parma, che è in
ritardo, può farcela. Mentre in Emilia si moltiplicano i filoni di inchiesta, in Lombardia la Procura è divisa, Greco accusa la Cirielli ma molti suoi colleghi replicano: "Sbagliato incolpare la legge"

Milano - Si scrive Parmalat ma si legge come l’ennesimo psicodramma della giustizia italiana. In aula, a Milano, Calisto Tanzi invoca il patteggiamento a 2 anni e 8 mesi. Le parti civili insorgono: «Questo disastro non può finire a tarallucci e vino». Il pm Francesco Greco invece considera lo strumento una freccia nella faretra della giustizia e se la prende con la politica: «Non è colpa nostra se il legislatore ha introdotto la legge Cirielli che ha dimezzato i tempi della prescrizione di questo processo. I titolari di obbligazioni sono stati derubati anche di sette anni e mezzo di processo e poi c’è stato l’indulto che ne ha di fatto svuotato il contenuto».
Greco centra un punto ma trova anche un capro espiatorio: il cronometro della giustizia prevede per l’aggiotaggio, il reato base a Milano, un tempo di sette anni e mezzo e non più di quindici come una volta. Non solo, a frugare fra le pieghe della norma, si scopre che non è più possibile mettere in continuazione i diversi episodi presenti nel capo d’imputazione che abbraccia un periodo compreso fra il ’99 e il 2003: la parte relativa al biennio ’99-2000 è già compromessa. Dunque, se si ipotizza una soluzione soft per gli imputati, è tutta colpa della vituperata Cirielli?
Gli stessi magistrati milanesi, pur senza esporsi in prima persona, avanzano obiezioni sul ragionamento del pm ambrosiano. Chiudersi dentro il perimetro della Cirielli vuol dire non cogliere altri frammenti della realtà. Un giudice riassume così la questione: «Il cuore del problema non è Milano ma Parma. È a Parma il processo più corposo, quello per la bancarotta, e qui siamo in alto mare». Una tabella pubblicata ieri dal Sole 24 ore mostra la drammatica situazione nella città emiliana: sedici filoni d’indagine, tutti ancora lontani dal dibattimento. Quattro sono in udienza preliminare, dodici alla fine delle indagini. Lo stesso quotidiano della Confindustria ha scritto, per la penna di Marco Onado, un’altra verità che molti avvocati pensano ma non dicono per paura di complicare i rapporti con la Procura: «Il tribunale penale e civile di Parma è stato travolto dal processo di gran lunga superiore alla capacità operativa». Lunedì, ultimo episodio, l’unico magistrato memoria storica dell’inchiesta, Silvia Cavallari, lascerà definitivamente la Procura.
Insomma, se Milano ha viaggiato senza perdere il tempo che pure è poco, Parma sembra arrancare. E come ricorda Fabio Belloni, il difensore di Calisto Tanzi, «è a Parma che si giocheranno i destini degli imputati». Di Tanzi come del suo storico braccio destro Fausto Tonna che proprio ieri si è visto respingere una richiesta di patteggiamento a 5 anni: «Non congrua». La magistratura milanese potrà scegliere, come male minore, la strada dei patteggiamenti, oppure respingere quelli più spinosi, ma le pene poi stabilite verranno probabilmente rimodulate attaccandole a quelle di Parma. «Quindi - riprende Belloni - il punto è capire come finiranno i processi di Parma e qui, francamente, il rischio prescrizione è molto remoto: per la bancarotta ci sono quindici anni di tempo». In poche parole, Parma è in ritardo su Milano ma ha più tempo, molto più tempo; anche a Parma i patteggiamenti sono di moda, ma i giudici emiliani potrebbero pure decidere di usare il pugno di ferro con gli imputati più importanti, riducendo di fatto il peso dei verdetti milanesi.
Come si vede, la verità di Francesco Greco, peraltro una battuta in udienza, non è tutta la verità ma solo un pezzo di una complessa partita a scacchi. Pure a Milano il calendario offre ancora molte pagine da sfogliare: in autunno il tribunale arriverà a sentenza. Poi, considerato che gran parte del capo d’imputazione è schiacciato sul biennio 2002-2003, ci sarà tempo fino al 2010-2011 per fare giustizia. Si può sperare che due o tre anni siano sufficienti per l’appello e per la Cassazione.
«La verità - aggiunge un altro giudice del Palazzo di giustizia milanese - è che è facile scaricare tutte le colpe sulla Cirielli». E comunque, siamo ancora in tempo per arrivare a un finale dignitoso che tuteli, almeno a grandi linee, le vittime del più grave fallimento della storia italiana. In realtà altri capitoli del grande inganno sono rimasti nell’ombra e probabilmente ci rimarranno. Basti pensare al rapporto fra le banche e i piccoli risparmiatori. Un documento, trasmesso dalla Banca d’Italia ai pm di Parma il 17 novembre 2005, mostra che nei mesi immediatamente precedenti il tracollo di Parmalat, alcuni blasonati istituti di credito scaricarono sui bond people 200 milioni di obbligazioni. San Paolo-Imi, per esempio, possedeva al 31 dicembre 2002 obbligazioni Parmalat per 102 milioni di euro, solo 126mila euro di bond al momento del crollo. Un alleggerimento vertiginoso, meglio un travaso: dai caveau blindati alle incolpevoli tasche dei risparmiatori.