Parmalat, spuntano altri creditori Possibile nuovo aumento di capitale

Al Tribunale di Parma creditori per più di 300 milioni

Nicola Porro

da Milano

Da quando è ritornata sul mercato ha fatto faville. Dall’inizio dell’anno il titolo Parmalat ha guadagnato il 36 per cento. Quando è ricomparsa ad ottobre del 2005, partiva da un prezzo nominale di 1 euro e oggi vale 2,80. E almeno due-tre grandi banche hanno provato, senza successo, ad acchiapparla. Proprio la settimana scorsa la casa d’affari Lehman Brothers azionista del gruppo e supporter fondamentale per la conferma di Enrico Bondi alla guida del gruppo ha scritto «Parmalat offre il maggior potenziale di upside nel contesto consumer». Eppure secondo quanto è in grado di ricostruire il Giornale vi è un rischio del lancio di un nuovo cospicuo aumento di capitale dedicato a nuovi creditori emersi.
Ci spieghiamo meglio. La faccenda è infatti molto complessa e nasce anche dall’innovativa procedura per uscire dal crac Tanzi adottata da Bondi e i suoi. Semplificando si può dire che il capitale sociale di questa società quotata in Borsa muta in continuazione. Le azioni Parmalat infatti vengono utilizzate per ripagare i creditori della vecchia Parmalat: coloro che avevano obbligazioni, i fornitori e talvolta le banche stesse. Ma vi è un tetto al capitale sociale, poco superiore ai 2 miliardi di euro. Se si avviasse ad essere sfondato sarebbero guai. E si dovrebbe procedere ad nuovo aumento di capitale.
Quando l’anno scorso fu approvato il concordato davanti a Bondi vi era questa semplice, ma drammatica, equazione: 14 miliardi di debiti e attività per 1,5 miliardi. Si decise per riconoscere ai creditori chirografari (all’inizio gli ex bondisti) un valore medio del 7% del loro credito in azioni della nuova Parmalat. Anche i privilegiati optarono per una soluzione simile, facendosi retrocedere a chirografari. Insomma sin dall’inzio si corse a portare a casa azioni della nuova Parmalat. Con il passare dei mesi si è però venuta a determinare una situazione imbarazzante: e cioè l’insufficienza progressiva del capitale per soddisfare tutti i creditori. Oggi siamo davvero al livello di guardia. Una prima avvisaglia si è avuta a marzo. Anche qui semplificando, gli amministratori hanno emesso più warrant (uno strumento finanziario pensato per aiutare i piccoli «aventi diritto») di quante azioni erano dedicate al loro esercizio. L’errore, sia pure marchiano, non vale molto nell’economia generale del gruppo ed è pari a 15 milioni di euro. È stata infatti prevista una singolare clausola di «permeabilità» del capitale: con un principio di vasi comunicanti si possono spostare azioni dedicate ad un fine verso altri fini. Il punto è che a quanto risulta al Giornale questa sorta di grande serbatoio di riserva azioni ha una consistenza oggi vicina ai 300 milioni di euro. Una dotazione insufficiente a coprire anche le sole richieste di insinuazione al passivo finora giunte al Tribunale di Parma E ancora da approvare da parte dei magistrati.
La Parmalat stessa non è stata molto furba. Alcune società controllate hanno ottenuto di trasformare in azioni i loro crediti: una stranezza che vale decine di milioni di euro in nuove azioni che la casamadre dovrà riconoscere alle figliocce. Ingenuità ancora maggiore se si calcola che gli avvocati di Collecchio sanno bene quanto sia merce rara l’azione Parmalat. Nella recente transazione con Bpi, questa ha rinunciato ai suoi crediti compensandoli, proprio nella logica di non contribuire al prosciugamento delle residue azioni rimaste a disposizione di Bondi per soddisfare i prossimi creditori tardivi o inattesi. Il micidiale meccanismo per cui i creditori si possono trasformare in azionisti, con banche in causa e una class action che pende in Usa, si può trasformare in nuovo problema per Collecchio. Che poco ha a che vedere con la gestione industriale di Bondi e con la sua capacità di ridare vita ad una società che forse a questo punto era in condizioni anche peggiori rispetto al previsto.