Parmalat, Tanzi in aula a Milano: «Per me il processo è una catarsi»

Parte il dibattimento su aggiotaggio, false comunicazioni alla Consob e false revisioni. Gli avvocati: «Lo affronteremo». Fuori dal tribunale i risparmiatori: «Ridateci i soldi»

Stefano Zurlo

da Milano

I suoi avvocati, Fabio Belloni e Gianpiero Biancolella, lo scortano come alabardieri. Calisto Tanzi entra nell’aula affollatissima pochi minuti prima di mezzogiorno. Stringe la mano al pm Francesco Greco e si lascia andare su una sedia. L’ex patron di Collecchio, smagrito e un po’ spaesato, vede con i propri occhi il popolo dei truffati che riempie il salone e lo accerchia quasi fisicamente. Ma non si lascia sfuggire una parola. Resta muto. Come una sfinge.
Loro, i bond people, si sfogano all’esterno, alzando cartelli. Sul pentagramma dei risparmiatori si leggono rabbia e soddisfazione: «Tanzi e soci tirate fuori i nostri sudati risparmi»; «Grazie Procura di Milano, grazie ai pm Greco, Fusco, Nocerino». Un altro investitore, sull’onda del caso Antonveneta, ha puntato al bersaglio del momento: «Please go, Mr. Fazio». L’udienza, la prima del processo in cui si giudicano 16 imputati e le due società di revisione Italaudit e Deloitte & Touche, si srotola lenta e faticosa: sono migliaia i danneggiati che chiedono di costituirsi parte civile. Un rito defatigante che porta via tutta la giornata. Un solo avvocato, l’ex vicepresidente del Csm Carlo Federico Grosso, trascina con sé sei scatoloni di documenti e spiega di rappresentare la bellezza di 32 mila risparmiatori, «tutti detentori di obbligazioni Parmalat». «Il numero delle parti civili in questo momento non lo può sapere nessuno», allarga le braccia Greco, ma l’esercito in movimento verso il Palazzo di giustizia dovrebbe avvicinarsi alle centomila unità.
Certo, il dibattimento milanese, in cui si contestano l’aggiotaggio, le false comunicazioni alla Consob e le false revisioni, è un processo pilota rispetto a quello che si aprirà a Parma nei prossimi mesi e in cui si esplorerà il cratere: la bancarotta da 14,4 miliardi di euro. Ma la risposta della giustizia, a soli 21 mesi dal crac, parte dalla prima sezione del tribunale e dal collegio presieduto da Luisa Ponti, lo stesso giudice del processo Sme. Tanzi tace. Anche se il Tg5 diffonde qualche parola del suo diario: «Vivo questo processo come una catarsi». Parlano, invece, i suoi legali. Biancolella: «Volevamo dare un segno di presenza almeno per quanto riguarda la prima udienza. È stato anche un segno di rispetto nei confronti dei giudici, Tanzi si ripresenterà nel corso di altre udienze, anche se non necessariamente alla prossima». Belloni: «Noi non scapperemo da questo processo, ma lo affronteremo». E concede con una buona dose di coraggio una dichiarazione Giovanni Bonici, ex responsabile di Parmalat Venezuela: «Sono qui per ribadire la mia totale estraneità ai fatti. Auspico di essere assolto con formula piena, perché sono vittima come gli investitori». Gli altri principali imputati, in buona parte ex amministratori del gruppo, non si fanno vedere. L’avvocato Carlo Gilli prova a giustificare l’assenza di Luca Sala, l’uomo di Bank of America: «Non è venuto perché ha paura della reazione dei risparmiatori e teme di essere fotografato e riconosciuto per strada». L’udienza si trascina stancamente, mentre Tanzi all’ora di pranzo sgattaiola via. Fuori, l’udienza mediatica prosegue davanti alle telecamere. «Vergogna - grida qualcuno in un microfono - è stata tradita tanta povera gente». «Quei soldi - fa sapere un pensionato - per me erano importanti. Ora aspetto un risarcimento».La Ponti dà appuntamento al 2 dicembre. Prima, già a novembre, dovrebbe tenersi l’udienza preliminare in cui si contesterà l’aggiotaggio alle banche: Ubs, Morgan Stanley, Nextra (Banca Intesa), Deutsche Bank e Citigroup, cui dovrebbe aggiungersi in queste ore, con la richiesta di rinvio a giudizio, Bank of America. Contro gli istituti di credito, la Procura di Milano ha aperto un nuovo filone d’indagine, nato da un esposto del commissario straordinario di Parmalat Enrico Bondi: nel mirino le banche che hanno scaricato bond sui risparmiatori, senza eseguire i controlli sui bilanci di Collecchio. Formalmente si procede per aggiotaggio, in sostanza per truffa.