Parmalat torna in Borsa

Dopo due anni, ritorna sul listino di Borsa il titolo Parmalat. E paradosso dei paradossi non appena questa mattina inizieranno le contrattazioni verrà sospeso per eccesso di rialzo. Tutti in fila a comprarsi un titolo di una società che nel dicembre di due anni fa ha fatto gridare allo scandalo. Alla fine della giornata la sua valorizzazione di Borsa sarà superiore, per dare un termine di paragone, alla Pirelli. Si può liquidare così ciò che venne additato come il misfatto finanziario del secolo? A tal punto la nostalgie de la boue ci sta contagiando?
Facciamo piuttosto un piccolo e non esaustivo elenco di chi ci ha guadagnato e di chi ci ha perso con il crac Parmalat.
I risparmiatori li possiamo dividere in due categorie: gli azionisti e i creditori. I primi piangono, i secondi certo non ridono. Il vecchio titolo azionario Parmalat è carta straccia. Obbligazionisti e creditori porteranno invece a casa, ma si tratta di una media, circa 350 euro ogni mille affidati a Tanzi&Co. L’investimento di Borsa è rischioso, occorre saperlo. Anche se si compra un marchio che vediamo tutti i giorni al supermercato. Una lezione oramai capìta, ma a caro prezzo. Diverso il discorso degli obbligazionisti. Anche in questo caso l’attività finanziaria ha un suo grado di rischiosità. Il recupero dei 350 euro è simile a quanto lo Stato argentino ha ridato per i suoi tango bond ai tanti italiani che vi erano incappati. Gli è che però la merce, ormai si è capito, è stata venduta con troppa semplicità e talvolta in malafede da qualche funzionario bancario.
Le banche appunto, e il loro controllore Antonio Fazio. Il governatore è in grave crisi di credibilità. Ma ciò che spiace è che la sua condotta sia stata messa in discussione per le cosiddette Opa bancarie (Fiorani&Co), e non per la colpevole condotta nei confronti della tutela del risparmio e dei risparmiatori del caso Parmalat. Il giornale lo ha sottolineato più volte: 100mila piccoli risparmiatori valgono evidentemente meno, ma molto meno, degli assetti di potere del sistema economico e finanziario italiano che passano per la conquista di Antonveneta e del Corsera. Se così è, prendiamone atto. E soprattutto ai prossimi raider parvenue si faccia capire bene: «Toccatemi tutto, ma non il mio Corriere». Il governatore alla fine dei due anni rischia dunque grosso.
Le banche straordinarie. Hanno costruito i bond, che poi Collecchio ha smerciato sul mercato. E nelle prossime settimane compariranno come prime azioniste dell’azienda. I maliziosi, ma le inchieste non lo hanno provato, sostengono che gli istituti di credito abbiano traslato il rischio Tanzi dai propri bilanci ai risparmiatori. Alcune si sono adoperate, nei casi più clamorosi a restituire ai piccoli il maltolto. Resta il fatto, che i banchieri sono tutti lì. L’ombra Parmalat è svanita. Si grida alla credibilità persa dal governatore per l’affaire Fiorani, ma si dimentica che dal piatto di Collecchio hanno mangiato tutti i principali istituti finanziari del mondo. E la loro credibilità che fine ha fatto? Retorico pensare che dal sistema bancario, dopo due anni, ci si sarebbe aspettato qualche autocritica e qualche autoriforma?
E arriviamo al commissario. Enrico Bondi. Mago Zurlì: ha preso in mano un’azienda che non era decotta, ma che era finanziariamente l’inferno. Con una pattuglia di calvinisti della partita doppia ha passato gli ultimi due anni nel residence di Collecchio. La pietanza che ci serve oggi è diventata commestibile. In più sta menando schiaffi alle banche, che solo un signore di 70 anni e con un curriculum come il suo si può permettere di fare. C’è chi paragona il Bondi della Montedison a quello di Parmalat: si sbaglia. Entrambi consegneranno l’oggetto del desiderio alle banche. Ma il Bondi Parmalat ci metterà dentro una pillola avvelenata pari a richieste di risarcimento danni e revocatorie per 50 miliardi di euro. Andassero in porto (percentuali Enron) solo il 5 per cento, sarebbe già un successo.
Il governo merita una sufficienza striminzita. Non ha ancora varato la legge sul risparmio. E non ha avuto il coraggio di strapazzare Fazio e il sistema creditizio. Anzi il ministro che ci ha provato, Giulio Tremonti, ha perso la partita. Il saldo sarebbe insufficiente, se non per l’ottima legge Marzano. Che ha permesso rapidamente di rimettere in sesto Parmalat, senza tante pastoie burocratiche. È uno strumento che servirà anche nel futuro. È un buon regalo che ci ha dato l’emergenza e un ministro che non è più tale. La prima telefonata di Bondi, la mattina in cui è passato il concordato con i creditori, è stata proprio all’ex ministro.
Infine l’industria e il nostro capitalismo. Sui proprietari, i Tanzi, è arrivata la sanzione più grave che un imprenditore possa meritarsi: l’ignominia all’intrapresa. La magistratura farà il suo corso. Ma Tanzi è ormai sinonimo di crac. Nulla e nessuna revisione lo potrà mai salvare. L’industria ha invece retto. Le maestranze, i dirigenti hanno sofferto, ma sono in gran parte ancora lì. Le cooperative di Granarolo ci stanno facendo un pensiero, gli stranieri di Lactalis e Nestlè anche. E financo i vicini di casa della Barilla sognano il grande gruppo agroalimentare italiano. Insomma dalle ceneri di Collecchio potrà nascere qualche opportunità per il nostro sistema industriale.
Fatevi i conti a due anni di distanza è cambiato molto, si è trovato l’omicida. Ma qualche complice la sta facendo franca.