Parola di compratori: «La crisi si supera così»

Le note sul fronte del mercato dell'abbigliamento maschile sono sempre più dolenti: le difficoltà non accennano a diminuire e le previsioni per il futuro non si tingono di rosa. Si registra infatti una tendenze recessiva soprattutto sul mercato interno e in generale in Europa. Tant'è: i dati comunicati dalla Camera Nazionale della Moda Italiana dicono che il fatturato dell'industria italiana della moda nel 2012 si ridurrà del 5,2 per cento. Insomma non ci sono verze da sfogliare.
«Il mondo è cambiato ma il sistema della moda continua a ricalcare vecchi schemi» commenta polemico Gilberto Pravato, titolare dell'agenzia PGP di Verona che ha in portafoglio per il Veneto, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, marchi come Levi's, Docker's, Tommy Hilfiger e Moschino. «I clienti italiani dicono per esempio che non è più conveniente andare a Pitti nonostante alcuni si ostinino a difenderlo. Merito di quella coercizione politica che mira a portare a Firenze il turismo», sbotta il manager piegando come l'affluenza per tanti espositori in occasione dell'ultima edizione del salone conclusasi ieri, si sia ridotta a un decimo rispetto al passato. «Bisogna avere il coraggio di dirlo e di razionalizzare le spese: l'ingresso al salone per gli operatori costa come minimo 25 euro a persona mentre quello di Bred&Butter di Berlino è gratuito e l'accoglienza è cento volte superiore visto che non devi pagare come a Firenze, 200 euro per mangiare una bistecca».
Parole dure di un operatore che conosce il mercato come le sue tasche e che analizzando il momento dice: i negozi vivono di conto vendita, pagano solo la merce che riescono a smaltire, non hanno soldi come del resto non li hanno le aziende. «Tanti piccoli punti vendita, gestiti a livello familiare, si permettono uno stile di vita da nababbi e operano applicando un ricarico di 2.8, ossia quasi tre volte in costo al quale acquistano». Non si può andare avanti così se è vero che, il tessuto, incide sul costo finale di un capo meno del 6 per cento. «Chiunque sa oggi qual è il valore reale di un pantalone, non lo si può più vendere a 160 euro e non a caso siamo tornati, come consumi, ai livelli dei primi anni Novanta» spiega Pravato. Per questo i prezzi di vendita andrebbero abbattuti di almeno il 50 per cento. Si spiega così la costante flessione del sell-out nell'abbigliamento maschile e la relativa riduzione di vendite a prezzo pieno.
Che fare? «Siamo sulla strada tutti i giorni e sappiamo che così non si può andare avanti: il mercato italiano è palesemente in uno stato di sofferenza comatosa, e nessuno fa niente. Tanti negozi cessano l'attività e molte aziende probabilmente non ci saranno più» conclude Pravato dicendo anche che per dare una necessaria scossa allo status quo bisogna praticare un prezzo rapportato al valore reale del prodotto e poi ripulire le aziende di quei personaggi che costano cifre astronomiche e per il solo fatto di parlare due/tre lingue pensano di essere indispensabili, ma non volgono nulla e non sono vicini al mercato. Ma i loro costi si abbattono come mannaie sul prodotto. Urge una sostanziale rivoluzione, da anni lo diciamo come sempre si aspetta la catastrofe prima di sterzare. «Mi auguro che questo momento di crisi non porti le aziende a trincerarsi dietro le barricate. Ora più che mai bisogna proporre cose nuove, forti e interessanti - dice Federico Giglio - mio padre Michele mi ha insegnato che nei momenti difficili bisogna rimboccarsi le maniche, fare qualche weekend in meno, lavorare di più, impegnarsi al massimo per soddisfare il cliente» afferma il buyer delle boutique Giglio di Palermo che si attende dalle nuove collezioni in scena da oggi sulle passerelle di Milano un prodotto più formale, attento ai tessuti e ai dettagli e anche agli accessori, come per esempio al bel borsone, al portafogli e alle scarpe. «Alla sneaker, bella e aggressiva, non si rinuncia anche se c'è un ritorno alla scarpa più costruita - dice - purchè con il fondo di gomma, ormai irrinunciabile: troppo comodo!».