Parola di Nicoletta Diana: «Presto il mio giardino sarà un piccolo Eden»

Enrico Groppali

Lei si schermisce con quella squisita educazione che oramai è diventata rara come le mosche bianche avvistate l'ultima volta da Yukio Mishima nella Lucertola nera. Ma del timido rettile che appare e scompare tra l'erba, Nicoletta Diana non ha proprio nulla. Dato che la signora non si nega a nessuno e tantomeno smentisce di tenere un salotto. Che parecchi frequentano ma pochi conoscono per il semplice motivo che la padrona di casa non ama definire con questa parola pretenziosa le riunioni tra amici lieti di ritrovarsi a tu per tu per confidarsi la scoperta che fa sensazione e invita a correre nuove esperienze. Ma allora come mai il suo ha fama di essere un salotto anomalo, un club per iniziati, un luogo dove ci si incontra più per riposare e fantasticare che per tracciare piani, disegni, imprese ambiziose o impossibili? Nicoletta, che è la discrezione in persona, dice che questa è una fama usurpata, che lei da tempo non riceve che pochi amici fidati, ma che forse forse.. Insomma, sembra quasi un enigma distinguere la verità dall'apparenza non appena, incorniciata dall'alta portafinestra, appare la sua silhouette svelta ed elegante. Perché il bel volto jugendstil che ci accoglie con un gran sorriso tra i fiori e gli arredi di una casa che si apre a raggera sul magnifico giardino interno, autorizza tutto e insieme il contrario di tutto. A cominciare da lei stessa, una creatura romantica dai capelli a violacciocca cui mancano solo briglie e speroni per trasformarsi in Catherine, l'inquieta protagonista di Cime tempestose che sognava l'amore tra i campi dorati dal sole. Sarà vero o falso quello che dice con tanta grazia? Possibile che, da un giorno all'altro, una donna simile abbia rinunciato ad esibirsi e viva segregata e felice in splendida solitudine? «Solitaria non sono», puntualizza con lieve ironia l'interessata. «Ho un marito, dei figli che adoro, degli amici fedeli, un'intensa vita sociale. Insomma, mi considero appagata e non certo rinnegata e infelice come la povera Butterfly».
Eppure, da quando sono entrato, lei continua a ripetermi che sbaglio a considerarla come l'animatrice di un ritrovo ghiotto ed esclusivo. Posso chiederle perché?
«Perché quello che dice, e che in tanti ripetono, non corrisponde alla realtà, ed io non voglio attribuirmi meriti inesistenti».
Eppure ho saputo che da lei, fino a poco tempo fa, si riunivano fraternamente, come in un cenacolo, pittori, scultori, architetti...
«È vero, da me venivano Enrico Baj e Pietro Consagra (scomparso proprio ieri, ndr), Andrea Cascella e Arnaldo Pomodoro. Che naturalmente discutevano e polemizzavano, si tiravano frizzi memorabili ma poi, quando si accomiatavano, uscivano insieme a braccetto. E, guardando crescere in giardino la bougainvillea e l'erica selvaggia, ne traevano incitamento per la loro arte. Ma tutto questo, non mi stancherò mai di ripeterlo, avveniva per caso. No, il mio non è mai stato un cenacolo. Piuttosto, se vogliamo, un perìpatos come ai tempi di Aristotele».
Un perìpatos? Vuol dire che gli artisti che frequentava erano folgorati da idee luminose mentre passeggiavano nel suo giardino?
«Per carità, nulla di tutto questo. Ma, come accade nella vita di tutti i giorni, a volte l'ispirazione per un’opera d'arte diversa dal consueto li coglieva guardando crescere un fiore orientale in un vaso o assistendo allo strano sviluppo di un rampicante che, d'improvviso, rinunciava ad aggrapparsi ai muri per ripiegare a corolla raso terra».
Mi sta dicendo che ha colto spesso, nell'atteggiamento dei sodali del suo salotto, uno di questi atteggiamenti?
«Per carità, il mio è solo un sogno, un'astrazione, probabilmente un'ipotesi. Se non, addirittura, una visione. Anche se certi indizi a volte mi fanno pensare al contrario».
Sarebbe a dire?
«Le confesserò, tanto per fare un esempio che, qui ed ora, lei ha sotto gli occhi certe stranissime concrezioni materiche che hanno e non hanno un'origine razionale».
A cosa allude in particolare?
«Segua la direzione del mio dito, e guardi lassù in alto, all'altezza della scala interna che porta all'eremo dove, in pace, consumo da sola i miei pasti quando il resto della famiglia è altrove. E mi dica cosa vede».
Una bellissima scultura di Pomodoro, no?
«Esatto. Ma non blocchi il suo pensiero sull'apparenza, e vada dritto alla sostanza: somiglia o no quell'opera d'arte a un fantastico trapezio costellato di fessure più lucenti dei cento occhi d'Argo?»
Ora che me lo fa pensare, debbo convenire che ha ragione. È un'intuizione sua o è l'artista che gliel'ha suggerita?
«Se glielo dico, mi promette di non ridere?»
Glielo giuro sulla Bibbia. Ma vada avanti, la prego.
«Forse Pomodoro, senza saperlo, con quegli angoli acuti e quei fori dorati che sembrano abissi in miniatura si è rifatto, nell'inconscio, all'occhio di Dio secondo la concezione dei Padri del deserto».
Da chi ha imparato a decodificare la realtà?
«La stupirà sapere che ho appreso tutto questo da Saj Baba».
Quando è andata in India?
«Non ha importanza né il come né il quando né il perché. Ciò che conta è il fatto che, a un certo punto della mia vita, sono partita per un viaggio nel tempo che si è rivelato un viaggio nello spazio».
Cosa le ha detto Saj Baba?
«Che dovevo tornare in patria per riorganizzare il mio habitat».
Lo sta facendo?
«In modo completamente alieno dalle mie abitudini, riorganizzerò il mio salotto».
In che modo?
«Posso solo dirle che non è mia intenzione trasformare lo stesso luogo dove, fino a ieri, si sono liberamente confrontate le opinioni delle persone che stimo, nella Casa dei Maghi. Ma in un ambito di ripensamento».
Di cosa?
«Del nostro quotidiano, svilito ogni giorno di più dall’esibizione permanente della volgarità. Per riassumere in toto la nostra dignità umana dobbiamo sposare alle immagini ideali la forza delle tradizioni. Solo così l'energia diventerà creativa, e il mio giardino si muterà in un piccolo Eden».