La parola alla Notte unica signora di tutte le attese

Un saggio di Anna Luisa Zazo sulla madre del sonno e della morte

Quando ero un bracconiere ho imparato a non temere la notte. Premesso che la notte vera non è in città, ma in campagna, nulla provoca emozioni come una notte siciliana di luna, in un pantano d’inverno. Se la notte è giusta, nel pantano o nella salina (neanche sotto tortura li chiamerò «zona umida»...) entrano gli uccelli d’acqua, cento volte più numerosi del giorno e rispettando un rigido cerimoniale. Perché gli animali non hanno paura del buio, ma lo cercano e vi si muovono con disinvoltura. Per prime le folaghe, col suono di una curiosa trombetta, e quasi assieme i codoni, e poi alzavole, morette e canapiglie, altre anatre di superficie e i fischioni per ultimi, sempre ritardatari.
Ecco, pensando alle notti, subito mi vengono in mente queste mie, sconsiderate e giovanissime, macchiate di reati purtroppo ampiamente prescritti (in Francia, all’epoca, neppure reati: tradizione...). Subito dopo mi ricordo la sensazione deprimente di un’alba che ti coglie per strada, dopo una notte trascorsa al chiuso di un locale e, di contro, quanto sia esaltante attendere l’alba in una notte stellata, in cui ti sei sentito vivo come un animale selvatico. E non occorre scomodare Goethe, basta aver fatto il bracconiere, per comprendere la bellezza di un cielo stellato. Ove poi si voglia approfondire l’affascinante argomento costituito dal mistero notturno, non è - con tutto il rispetto - da Margherita Hack o comunque dagli astrofisici che avremo sufficienti risposte.
Si deve volgere lo sguardo indietro, ai nostri Maggiori, a quei Greci che già tutto avevano capito. Come scrive Armando Torno nella prefazione allo straordinario libro di Anna Luisa Zazo Io, la Notte. Incontri e situazioni (Bompiani, pagg. 225, euro 8), dobbiamo guardare «ai soliti greci». Che sono veramente «ossessionanti per tutto quanto hanno capito e anticipato».
La notte in tutte le sue contraddizioni: madre di Ypnos e di Thanatos. Del sonno salvifico ma anche della morte. È Lei che, quando scompare il giorno, attraversa il cielo coperta da un velo scuro: il velo simbolo del silenzio e del buio, la curva del velo a raffigurare la falce lunare. Ritta su un cocchio tirato da quattro cavalli neri, due enormi ali nere pronte ad avvolgere cielo e terra. Al seguito le Furie e le Parche, figlie come Moire, Erinni, Nemesi...
I Greci già sapevano che gli dei a loro piacere prolungano le notti fermando il sole e la luna, se hanno qualche impresa da portare a termine. L’ha capito Torno, ed è evidente che proprio questo cerca disperatamente di fare l’uomo moderno: «spostare il confine della Notte per viverla come trasgressione, per giocare con la luce artificiale che sembra quasi una sfida al racconto della Genesi». Anna Luisa Zazo non scrive sulla Notte. Lascia sia la Notte stessa a parlare e ne raccoglie le confessioni. Così apprendiamo dell’unione con lo sposo, il Cielo, da cui nascono: lo Spazio, quando Egli sia nella sua veste crepuscolare; il giorno, quando indossi invece la luminosa veste aurorale. La Notte ci svela di essere all’origine di tutto, nella Genesi come nelle antiche storie degli uomini del Nord, Gran Madre feconda di ogni realtà, divinità primordiale sorta assieme all’Erebo e al Caos.
È la Notte stessa, quindi, a confessarci di avere profondamente ispirato Shakespeare e svelato il male a Leopardi, di aver spiegato a Dostoevskij che «la vera Notte è quella dell’animo umano», conducendo Céline in un viaggio senza ritorno nell’abisso. E per chi, schiavo di pregiudizi duri a morire, si ostinasse a ritenerla ancora soltanto tenebre e peccato, è sempre Lei, la Notte, a ricordarci con toni commossi che i due momenti più alti della storia della Redenzione, la Nascita e la Resurrezione, avvengono quando è il suo tempo.
Perché la Notte non è solo simbolo di morte, ma anche tempo fecondo di attesa. Lunghe e straordinarie confessioni, raccolte in un libro affascinante, che vi farà amare la notte senza svelarne l’insondabile mistero.