Parola di Sandokan: «Un boss? Io sono un semplice agricoltore»

La difesa di Schiavone, il capo dei casalesi, che attraverso il suo avvocato nega ogni responsabilità

nostro inviato a Caserta

Il pensiero di Francesco «Sandokan» Schiavone, condannato all’isolamento del carcere eterno quale capo indiscusso del clan dei casalesi, prende forma attraverso le parole di una delle persone che più ha frequentato negli ultimi 15 anni: il suo avvocato, Alfonso Baldascino. Il boss di Casal di Principe continua a ribadire la totale estraneità ai fatti criminali contestati e poi raccontati dall’autore di Gomorra: «Io sono un semplice agricoltore, nient’altro che un agricoltore - dice da sempre Sandokan -. Non posso essere il capo di quest’associazione per delinquere semplicemente perché non ne ho mai fatto parte. Se mi ritrovo in galera lo devo alle accuse di personaggi che si sono inventati tutto per poi pentirsi così da ottenere sconti sulle condanne e benefici carcerari».
Baldascino è l’ombra legale dell’uomo nero. E in questa veste solleva più di un interrogativo sul processo che a suo modesto avviso, come ha ripetuto con maggiore spavalderia il cliente eccellente, presenta un vizio di fondo: è basato solo ed esclusivamente sulle dichiarazioni, non verificate, dei pentiti. «In nessuno dei capi d’imputazione vi è un riscontro di altro tipo, tecnico o testimoniale. Prendete il caso di De Falco, considerato uno dei capi dei clan, che secondo l’accusa venne ucciso per avere confidato ai carabinieri il luogo dove si trovava Bidognetti, altro asserito capo clan. Solo parole, parole, parole. L’unico teste che c’era, un maresciallo dei carabinieri, ha escluso che la fonte della soffiata fosse De Falco. Questo è un esempio, ma se ne possono citare molti». Il cavallo di battaglia di Sandokan, ribadito anche sotto sentenza, è il complotto ordito dai collaboratori di giustizia dopo il pentimento del cugino Carmine avvenuto nel 1993: «I collaboranti si incontrano per concordare le accuse», ha urlare anche in aula il boss. E l’avvocato, per certi versi, conferma: «In procedimenti penali pendenti si è scoperto che diversi pentiti si sono incontrati per parlare dei processi e concordare le dichiarazioni. Non sono favole, esistono intercettazioni. Abbiamo chiesto alla Corte di poterle acquisire ma non siamo stati fortunati».
Se il superboss ha evitato di presenziare alla lettura del verdetto per non dar soddisfazione a Roberto Saviano e ai 200 cronisti presenti in aula, il difensore di Sandokan qualcosa da dire sull’«effetto-Gomorra» ce l’ha: «Un’insistenza mediatica così forte costituisce una possibilità di condizionamento del giudice. Parlo di "possibilità" che è causa, secondo il codice, di remissione del procedimento in altra sede. La norma non riguarda il condizionamento vero e proprio del giudice ma il pericolo che questi possa essere condizionato dal clima ambientale che si è creato attorno al processo. Non sono in grado di dire se l’effetto-Gomorra ha condizionato i giudici, dico solo che questo tipo di bombardamento mediatico può in qualche maniera influire sull’atteggiamento psicologico di tutti. C’è stata un’attenzione esagerata a questo secondo processo, gli imputati sono stati condannati ancor prima della sentenza». Il più importante di questi, si proclama vittima, martire, perseguitato: «Mi hanno dato l’ergastolo per l’omicidio Bardellino solo perché lo dicono i pentiti», ha attaccato Sandokan. «Quando invece - aggiunge l’avvocato Baldascino - è impossibile provarlo perché non si sa nemmeno se l’ex boss è stato davvero ucciso non essendo stato ritrovato il corpo. Noi ci battiamo per la certezza del fatto prim’ancora della certezza della responsabilità. Troppo facile accollare tutto a Francesco Schiavone, non esiste la prova provata che Schiavone fosse il capo dei capi». Non a caso, chiosa il penalista, laddove è stato possibile esibire riscontri a difesa, Schiavone è stato assolto. «Anche per diversi omicidi, ma nessuno lo scrive».