Le parole del nostro caro Angelo che «scomunicano» i maniman

(...) nei confronti delle uscite sempre più forti dei vari don Gallo e don Farinella, con l’acquiescenza o, peggio, la condivisione delle loro parole.
Ma, tranquilli, per quel poco che lo conosco e per quel tanto che ho letto e sentito di suo, il color porpora del cardinale non ha nulla a che vedere col rosso carminio delle bandiere che sventolano su qualche altare o in qualche sacrestia.
Fra l’altro, lo ribadisco sempre, il nostro interesse fortissimo nei confronti delle esternazioni del cardinale Bagnasco è nella sua veste di laico, non tanto o non solo in quella di religioso. Bagnasco è il più grande intellettuale genovese vivente e in quanto tale è sempre interessante e spesso affascinante ascoltarlo. Persino quando non lo si condivide. E mi ha fatto enorme piacere la scorsa settimana, vedere che tanti nostri cari amici e lettori hanno apprezzato le sue parole e la nostra lettura. Tanto che mi piace citarne alcuni, i più passionali, da Alberto Clavarino, quasi commovente nella sua lettura tutto cuore, a Renata Oliveri, da Brunella Maietta a Salvatore Bevilacqua.
Ecco, è passata una settimana e il cardinale ha raddoppiato. Con una serie di scritti ed interventi nelle sedi più disparate, dal bilancio degli aiuti ai poveri da parte della Curia al Te Deum, con parole che credo possano essere davvero una bussola per muoversi nel 2012 genovese. Sia quelle laiche, sia quelle più da religioso, come ad esempio quelle dedicate alla famiglia. Davvero l’unica ancora di fronte alle onde che rischiano di spazzare tutto: «Ho conosciuto persone e famiglie ammirevoli per l’esempio di umiltà e di stile di vita, di onestà e di senso del dovere, di unità familiare e di sacrificio. È questa la stragrande maggioranza del nostro popolo che non fa scena sui media. Ma che fa storia, quella vera». E sembra quasi un’interpretazione della storia degna della scuola parigina delle Annales, di Braudel e Le Goff, di Febvre e Bloch, della Storia di Francesco De Gregori: «La storia siamo noi, questo chicco di grano».
Ma anche uscendo dal personale per entrare nel civile, nell’analisi di cosa succede a Genova, la ricetta del cardinale appare convincente: «I genovesi parlino a una sola voce, rinunciando ciascuno a qualcosa del proprio interesse, prestigio, ambizione, senza gelosie o invidie, per rilanciare il lavoro e l’economia della città», e se ciò avverrà «sarà possibile far comprendere che Genova è una città dove è conveniente creare lavoro». Spiega «il nostro caro Angelo» che «se la stima e l’affezione sono presenti nel cuore di ognuno, allora saremo in grado di far sentire ovunque che Genova è una città strategica, che conviene al Paese che essa viva e prosperi, pur nelle difficoltà dell’attuale crisi e che impoverirla nella sua vocazione produttiva non è un guadagno per nessuno». Insomma non una Genova dormitorio, «un luogo dove si vive e si lavora», ma una Genova «percepita come la nostra casa e la nostra famiglia. È l’affezione che si ha per le cose che rende le cose importanti e degne di sacrificio».
E vedete, sentire parlare di «affezione», di amore per Genova e sapere che è tutto vero - proprio l’altro giorno abbiamo avuto la fortuna di incontrare casualmente il cardinale in giro da solo, a piedi, per i vicoli, seguito da lontano dai due angeli custodi, stavolta con la minuscola, che gli ha imposto la Digos dopo le numerose minacce, così lontane dalle scorte ostentate di tanti politici - dà una forza straordinaria. Un valore aggiunto. Anche senza essere religiosi.
Ne consegue l’affermazione forte e chiara delle proprie radici, l’orgoglio di ciò che siamo, come genovesi e come italiani, lontani anni luce da chi per anni ha remato contro il proprio Paese per bassi interessi di bottega politica, solo per screditare il presidente del Consiglio di allora nei confronti della comunità internazionale. «Non cospargiamoci continuamente il capo di cenere. Lasciamo da parte l’autolesionismo, un altro aspetto che sembra una caratteristica del nostro Paese e della nostra città». E la risposta migliore contro tutto questo sono «le eccellenze di genialità, di professionalità, di manodopera, di studio, che abbiamo e che possiamo offrire».
Parla dell’Italia, Bagnasco. E parla di Genova. E ci fa sentire orgogliosi. Almeno per una volta. Perchè «Genova può farcela a superare gli affanni presenti se diventa meno litigiosa, meno passiva, se sviluppa fiducia e coesione ad ogni livello e in ogni ambiente. La città non deve avere paura del cambiamento». E qui siamo esattamente allo stesso punto di cui parlavamo l’altro giorno, del fatto che se uno - uno solo - dei candidati sindaci dicesse queste cose con passione e convinzione, quello sarebbe il nostro candidato sindaco.
Perchè la Genova dipinta dal cardinale è l’esatto opposto della Genova delle rendite di posizione, del maniman e del mugugno: «Criticare è facile, costruire è difficile. A demolire basta un momento; per costruire occorre tempo e fatica perchè bisogna pensare, essere propositivi e accettare i rischi. Diversamente, si perdono le occasioni di sviluppo e di crescita necessarie per mantenere e costruire lavoro». Con realismo, tenendo presente che «l’ottimo è nemico del bene e lo blocca» anche perchè «non di rado per “ottimo“ si intende caparbiamente la propria opinione personale o di parte».
E qui siamo al divino. Nel senso che Bagnasco esprime benissimo i concetti basi del liberalismo, non sfrenato, ma popolare: «Se senza lavoro non c’è sviluppo, dobbiamo ricordare anche che senza sviluppo non ci sarà lavoro». E, quindi, «per mantenere lavoro e per attirarne altro è necessario che ci sia da parte di tutta la città una benevolenza di fondo, uno sguardo di simpatia e non di pregiudiziale sospetto, che non si complichino le procedure, che si rendano rapide il più possibile come in altre Nazioni, che si dia il benvenuto a chi viene per creare impresa piccola o grande che sia».
Sembra di rileggere alcune delle storie che hanno portato alla migrazione forzata di aziende dalla nostra città, per l’insipienza delle istituzioni, nel migliore dei casi. Nel peggiore, per la malafede di chi avrebbe potuto aiutare e non l’ha fatto. Anche perchè Genova è caratterizzata dalla delirante caratteristica di spendere più energie a denigrare o a far sì che il vicino vada male, piuttosto che usare le stesse energie per andare bene noi: «La cultura del sospetto e della diffidenza avvelena i rapporti e spegne l’iniziativa. Che cosa porta la paura che qualcuno ci possa guadagnare, seppure il suo giusto? Solo la stagnazione».
Il nostro caro Angelo pone l’accento sul problema più grosso di Genova e prova anche a suggerire la soluzione: «Non solo bisogna accogliere, ma anche favorire il lavoro, qualunque esso sia, basta che sia onesto e quindi dignitoso. Invece ci sono modi personali, schemi vecchi e procedure burocratiche che di fatto scoraggiano sia l’impianto di nuove linee di produzione, sia il salvataggio di ciò che esiste. E il lavoro prende altri lidi. Quale grave responsabilità!». Parole sante, verrebbe da dire. E trattandosi di parole pronunciate dal pulpito ci sta anche. Perchè poi «per evitare il pericolo di tensioni sociali è necessario essere più positivi e creare coesione», anche contro ogni massimalismo: «A forza di seminare vento si raccoglie tempesta, la tempesta della sfiducia, del tutti contro tutti, dell’avvilimento, della litigiosità esasperata e inconcludente, della rabbia sorda ma che potrebbe scoppiare».
La reazione nei confronti di tutto questo? «Dobbiamo essere tutti più positivi». E fin qui potrebbe essere facile retorica. Ma sono gli altri ingredienti della ricetta del cardinale a renderla più gustosa: «Dobbiamo imparare a mettere in evidenza il bene, le cose belle che ci sono, le possibilità, sia a Genova, sia nel Paese, e non favorire una cultura del sospetto gli uni contro gli altri, che non conduce da nessuna parte». E questo significa anche che «bisogna fermare la macchina del fango morale, quello che viene gettato a palate su questo o su quello, persone e situazioni, enti e istituzioni, che viene sparso secondo la strategia delle piccole dosi con insinuazioni, sospetti, dubbi, si dice e per il quale nessuno paga». Parole che fotografano situazioni di cui a volte è vittima anche lo stesso cardinale e che non hanno nulla a che vedere con la piccola politica di Roberto Saviano, ma che sono la base della convivenza civile.
Uno così, ribadisco, lo voterei. Bagnasco, infatti, anche in questa lettura di Genova guarda assolutamente in positivo. Alla possibilità che si possa lavorare tutti insieme per costruire qualcosa di serio, per creare impresa, per creare una nuova città, ma soprattutto una città nuova: «A fronte di questa macchina pare che tutti restino impauriti e bloccati. Ma la paralisi a chi giova? Bisogna reagire insieme. E con determinazione e insieme si può».
Insieme. Bella parola per ripartire.