Le parole del popolo moderato

Non so esattamente cosa dicano gli ultimi sondaggi sulle percentuali di voti della Casa delle libertà e su quelli dell’Unione. So, però, ciò che la gente «moderata» percepisce in questi giorni di inizio della campagna elettorale, che ha portato Berlusconi in televisione a spiegare quanto ha fatto negli anni di governo e quali saranno le prospettive future. Questa gente coglie un linguaggio che le restituisce un sentimento di appartenenza, una ritrovata unità in grado di motivarla politicamente.
E tuttavia, si ascoltano spesso in questi giorni molte critiche che riguardano il tipo di comunicazione adottato dal presidente del Consiglio, polemico, ironico, irruento, suadente, assolutamente estraneo ad ogni canone istituzionale del linguaggio politico che, per esempio, non solo è usato dalla sinistra, ma dagli stessi alleati di Berlusconi. Un modo di comunicare, osservano gli avversari politici del presidente (ma non solo loro), destinato ad accendere fuochi di paglia, effimero, da spettacolo della politica che darà alla lunga frutti scadenti o che, peggio ancora, sarà controproducente.
Obiezioni che non sono infondate se si assume come modello di riferimento comunicativo il linguaggio della politica e delle istituzioni del Paese; ma obiezioni assolutamente infondate qualora ci si intenda rivolgere - come è nelle intenzioni di Silvio Berlusconi - al popolo dei «moderati» che è maggioranza nel Paese, anche se (per i motivi più diversi) non fa valere il suo peso andando in massa a votare.
C’è un’Italia strutturata - per così dire - dal mondo sindacale e dal grande establishment industriale-finanziario, che ha un proprio linguaggio, una propria cultura comunicativa, quella che poi trasferisce generalmente al personale politico tradizionale. Sindacato e grande establishment possiedono un linguaggio ben identificabile dai propri interlocutori, un linguaggio che sa parlare all’interno delle convenzioni, che esprime l’identità del socialmente e politicamente corretto, tanto apprezzato, come si sa, dai benpensanti.
Ora, soltanto chi non vuole neppure scoprire l’acqua calda non ammette che la crisi del Paese, da cui si sta cercando di uscire, è stata provocata dalla politica sindacale e dal grande establishment che non è stato in grado di rinnovare i processi industriali in ogni suo settore. Valga come esempio per tutte, la crisi della Fiat.
Questi mondi, quello del sindacato e dell’establishment, sono certamente indispensabili all’Italia, ma né sul piano economico né su quello dello sviluppo sociale sono oggi mondi vitali, come invece sono quelli delle professioni, dei servizi, del commercio. I quali, però, non posseggono un linguaggio collettivo, non hanno un modo di raccontarsi, non hanno un riferimento comunicativo che li leghi unitariamente a un progetto politico. Non hanno neppure un vero e proprio partito di massa in cui riconoscersi stabilmente, come sono invece i partiti di sinistra, a cui basta l’invio periodico della convocazione alle urne perché vi si accorra obbedienti.
Il popolo dei moderati si sta oggi ritrovando unito in un linguaggio, quello con cui comunica Berlusconi. Parlando a questa gente, che per carattere, vocazione e tipo di lavoro è isolata, non ha organismi di raccordo, il presidente riesce a trasmettere un’identità e un senso di appartenenza politica in cui trovare protezione e motivazioni per sviluppare la propria attività.
La storia ci insegna che quando un linguaggio è capace di unificare i valori, i sentimenti, i comportamenti delle persone, questo diventa il più ferreo strumento di aggregazione. D’altra parte, gli attacchi durissimi, quasi viscerali, della sinistra a Berlusconi non dipendono dal pio desiderio di riportare le buone maniere nella campagna elettorale, ma dal fatto che proprio la cultura social-comunista conosce perfettamente (per formazione ed esperienza) quale potere abbia un linguaggio in grado di dissolvere l’indifferenza della gente, di motivarne la partecipazione, di unire le singole individualità in un collettivo progetto politico.