«Parolina», l’eminenza grigia

Gianni Pennacchi

da Roma

Seiano come lo spietato prefetto del Pretorio che imperava invece di Tiberio, Parolina perché era sempre lì a suggerir qualcosa all’orecchio presidenziale, Prudenziano per descriverne il carattere e la linea dei consigli che distribuiva a destra e a manca, Mazzarino per individuare chi comanda davvero a palazzo. Quanti soprannomi ha accumulato Gaetano Gifuni, negli eoni della sua lunga carriera? Il tempo è un’iperbole si sa, però il nostro è l’unica personalità repubblicana ad aver occupato il Quirinale per due settennati di fila, pare addirittura che ambisse al ter e abbia detto no grazie a Napolitano che gli offriva soltanto una proroga temporanea. Il pio Oscar, al momento del congedo, gli garantiva il vertice della Corte dei conti. Ovviamente preferì il bis al quale lo imploravano i Ciampi, e se non compisse 74 anni a giugno sarebbe sua la presidenza del Consiglio di Stato che sta per liberarsi. Peccato. Il Presidente uscente, lo ha però nominato «segretario generale onorario della Presidenza della Repubblica». Carica nuova di zecca, come non sfornano nemmeno le monarchie, e nessuno ancora sa che cosa comporti in concreto. Capirete, come segretario generale guadagnava più del Presidente - tra stipendio e pensione maturata al Senato, 55 milioni di lire pulite pulite al mese, dieci anni fa - e se finisse che conserva il treno di valletti personali, l’auto blu con autista, l’appartamento dentro le mura quirinalizie e la villa a Castelporziano, sarebbe un grande e bell’onore.
Quel che colpisce di questo grand commis, ormai un modello per ogni alto funzionario dello Stato, è la magistrale capacità nel dominare ogni stagione. Pur se il centrodestra insiste a voler «santo subito» Ciampi, ci si domanda come possa Gifuni aver servito mirabilmente quest’ultimo dopo aver fatto tandem perfetto con Scalfaro. Un campione, abilissimo nel prestarsi a incartar Berlusconi nel ’94 e altrettanto abile nel blandirlo tenendolo a freno con Gianni Letta in questi cinque anni. Se nel primo settennato Gifuni ha sperimentato la diarchia, nel secondo ha finalmente assaporato il potere dei maestri di palazzo alla corte merovingia. Scuola ne aveva, questo lucerino che ancora oggi ostenta il vezzo di una cadenza napoletana, salvo poi sfuggirgli l’orginale pugliese all’indirizzo di Cossiga, «stù screanzeto malendrino». Ottima scuola, per una carriera intrapresa mezzo secolo fa, e coronata nel 1975 divenendo segretario generale di Palazzo Madama sotto Amintore Fanfani. Il “cavallo di razza” della Dc se lo portò pure al governo, nell’87, a curare i «rapporti col Parlamento». Fatte le elezioni e caduto il governo di Fanfani, Gifuni tornò al suo scranno del Senato, e allorché Scalfaro lo chiamò al Quirinale, nel ’92, ebbe cura di lasciar l’incarico in eredità a un suo fedele, Damiano Nocilla. Da allora, ha sempre pilotato ogni nomina nella macchina dello Stato: ogni commis che aspirasse a diventar grande, dal Parlamento alla direzione generale di un qualunque ministero, doveva crescere rispettosamente alla sua ombra. Gifuni ha fatto regola che il segretario generale è il filtro e l’anticamera, la chiave e la porta per giungere al capo dello Stato. E chiunque nello Stato riceveva una sua telefonata, «il Presidente vorrebbe... il Presidente le fa sapere», non poteva che scattare obbediente.
Se non ha mai fatto errori, in quattordici anni di potere incontrollato? Uno soltanto, davvero serio. Quando «consigliò» al pio Oscar che stava facendo la squadra di governo per Lamberto Dini, il nome di un suo «amico fraterno», anziano e fermo magistrato, per il ruolo di ministro di Grazia e Giustizia. Era Filippo Mancuso. E quando la bomba Mancuso esplose con effetti devastanti - il Guardasigilli che ormai sciorinava i segreti scalfariani fu dimissionato a forza dal centrosinistra - la responsabilità ricadde sulle spalle del Prudenziano che ne aveva garantito il controllo. Per il «tradimento» imprevisto di un vecchio e caro amico, Gifuni vedeva pericolante l’intero suo potere. Ma c’era qualcun altro, capace di sostituirlo in quel tremendo 1995? No, dunque il segretario generale si chinò un poco, attese il passar della tempesta, e si risollevò più inaffondabile che mai.
Questi è il segretario generale onorario del Quirinale, l’uomo con una stanghetta degli occhiali sull’orecchio e l’altra a mordicchiar tra i denti, il cornetto d’oro all’orologio sempre a portata di tocco, alto sacerdote della sacralità istituzionale così preso dal suo ruolo che quando s’operò di emorroidi nessun quirinalista ebbe il coraggio di scriverlo.
Una carriera inimitabile. Pur se la sua più grande soddisfazione è che il pubblico ormai conosce meglio un altro Gifuni. Il figlio Fabrizio, attore.