«Dal parossismo vincente di Sacchi allo strappo tra squadra e Capello»

«Arrigo continuava a ripetere: “dobbiamo salire sul tetto del mondo” e contagiò tutti»

nostro inviato

a Yokohama

Chi vuole ascoltare l’interessante riassunto delle puntate precedenti si accomodi sul divano accanto a Silvano Ramaccioni, venti e passa anni a far da scorta al Milan, passando dal periodo della decadenza (Farina) agli splendori berlusconiani. Ne viene fuori un tenero viaggio senza strappi al motore, pieno di particolari inediti e di giudizi taglienti, addolciti dalla sapienza di un uomo impastato di calcio e di Milan. In carrozza, si parte, allora. Il primo trasferimento, dicembre dell’89, si consumò quasi come un romanzo d’avventura. «Era appena crollato il muro di Berlino e con il volo Air France potevamo passare sulla Russia invece di affrontare la rotta polare. A un certo punto del viaggio, fummo affiancati dai mig russi che ci scortarono durante tutto l’attraversamento della Siberia» ricorda Ramaccioni. Micidiale l’effetto lunghezza del viaggio abbinato al fuso orario da smaltire. Molti i malori registrati (la moglie di Giovanni Galli, il portiere, il ristoratore del Milan, Ottavio Gori titolare del ristorante l’Assassino). Eppure i risultati furono travolgenti: due successi su due. «Le prime avventure ai tempi di Sacchi furono scandite dal parossismo assoluto dell’Arrigo. Dobbiamo salire sul tetto del mondo continuava a ripetere contagiando tutti, anche i massaggiatori investiti della missione che fu raggiunta, con qualche fatica la prima volta, e in scioltezza la seconda» detta sempre Ramaccioni. Furono rivali di diverso spessore, bisogna riconoscerlo. «Maturana, allenatore del Nacional di Medellin risultò un osso duro per Arrigo, l’Olimpia di Asuncion invece un avversario meno dotato, con un portiere grassottello e il nostro trio olandese in forma strepitosa» la chiosa di Silvano. Ci fu gloria anche per un giovanotto alle prime armi, passato poi persino dalla Nazionale, Giovanni Stroppa.
Ramaccioni tornò in Giappone in compagnia di Fabio Capello e di un altro Milan qualche anno dopo, al posto dello squalificato Marsiglia nel ’93, per meriti acquisiti sul campo, proveniente dal luminoso 4 a 0 inflitto al Barcellona di Cruyff, nel dicembre successivo. «La prima volta tutta la squadra la prese come una sorta di vacanza: giocammo contro il San Paolo di Cafu, risultò fatale una distrazione di Sebastiano Rossi nel finale» il primo schiaffo subito. Seguito dal secondo, forse più doloroso. «Perché Capello, l’anno dopo, teneva molto alla coppa, ma la squadra non lo seguiva più, si stava consumando lo strappo. Uno sfondone di Costacurta segnò la sfida ma tutta la squadra era con la testa tra le nuvole» la spiegazione ortodossa che passò invece alla storia come l’impresa del nuovo gatto nero del Milan, Carlos Bianchi. Ritrovato nel 2003 alla guida del Boca Juniors da Ancelotti e dai suoi, Nesta fermato dal menisco, Inzaghi frenato da un acciacco, Kakà non ancora maturo e decisivo come oggi, Shevchenko la star. «Forse la spedizione in due blocchi non fu una trovata geniale» racconta Ramaccioni. Per esorcizzare il trend negativo, la trasferta lunga 12 giorni e un albergo diverso dal precedente sembrano i rimedi adatti. Provare per credere.