Dal parquet alla Tv come agente della Cia «Chiamatemi De Niro»

Dan Peterson vestito da cattivo si aggira dalle parti del nuovo comune di Bologna. Vedi subito che non è tornato nella città del suo primo scudetto italiano per fare l'allenatore di basket, no, è molto furtivo, sembra davvero un agente della Cia come gli dicevamo in tanti, magari non sempre per scherzo, quando nel 1973 arrivò in Italia, chiamato dall'avvocato Porelli per le Vu nere, non molti giorni dopo aver lasciato il Cile dove guidava la nazionale, dove era appena stato assassinato il presidente Allende.
Cosa ci farà sotto i portici dove non si perde neppure un bambino con quella faccia truce? Basta seguirlo e arrivi sul set di uno degli episodi sull'ispettore Coliandro che i fratelli Manetti stanno preparando per la Rai, un adattamento ai gialli di Carlo Lucarelli che è anche story editor della serie.
Fra “Vendetta Cinese” e “Magia Nera”, dopo “Il Giorno del Lupo”. Dove sarà mai il nostro Peterson che finalmente può fare anche l'attore, dopo aver fatto tutto e averlo fatto benissimo? Sul set lo vedi in occhiali scuri, più teso di quando faceva gli spot pubblicitari nei posti dove il sole spaccava le pietre e si beveva un te freddo. È tirato questo giovanotto nato il 9 gennaio del 1936 ad Evanston, nell'Illinois, sotto il segno del capricorno, questo eterno esploratore della vita che accetta ogni tipo di sfida: un giorno sul parquet a far vedere la difesa a zona uno tre uno alle ragazze della Reyer, poi negli studi televisivi di Sport Italia, quasi sempre al computer per scrivere di tutto e su tutto. Questa volta è andato oltre i suoi sogni, anche se per imparare le battute ci ha messo un po', anche perché non era più abituato a parlare in inglese, scoprendo che nella pubblicità il gioco era semplice, mentre in una fiction televisiva bisognava ricordare, sapersi muovere, fare la faccia giusta, usare bene il diaframma per far uscire le parole in modo che tutti le comprendano.
Allora Peterson, finalmente le hanno dato la parte di un agente della Cia, molti lo sospettavano, quelli che le vogliono meno bene hanno detto che quando le hanno consegnato il copione lo ha appoggiato sul tavolo dicendo «ehi bambini io so già tutto a memoria».
Il nano ghiacciato si mette a ridere, gli piace questa nuova parte: «Finalmente sarete contenti, mi ricordo che il povero Gianni Menichelli, un grande giornalista che ci manca in questo basket, ogni sera mi faceva sempre la stessa domanda perché non credeva che fossi andato in Cile con i Corpi della Pace soltanto per allenare, per guidare la nazionale. Questa volta è vero. I Manetti brothers mi hanno chiamato per darmi una piccola parte negli episodi dell'ispettore Caliandro, scritti da Marco Lucarelli, e ricordo bene che il padre dell'autore, un genio della medicina nella cura dell'anemia mediterranea, era sempre uno dei tifosi più accesi quando le mie squadre andavano a giocare a Pesaro. Dicevo del ruolo, dieci battute toste, da cattivo vero, tutte in inglese, ma io lo parlo bene, non si sente la durezza del mio accento di Chicago. Mi è piaciuto, spero che mi richiamino ancora. È diverso dagli spot pubblicitari. Da adesso in poi bambini chiamatemi De Niro».
Non esageriamo agente Grady, in fin dei conti sono 45 secondi di recitazione e, magari, nessuno la riconoscerà...
«Mi riconoscerò io, tutti capiranno subito che sono io, mi è piaciuto, ho scoperto che non sono vecchio per nuove emozioni, in gennaio saranno 73 anni, ma ho dentro una bella energia, sono l'unico di questa età a cui la gente chiede ancora l'autografo e penso di dare sempre il meglio. Come dite voi ho sbagliato a ritirarmi così presto (non lo perdoneremo mai, Milano e Bologna non lo faranno mai, il nostro basket non doveva permetterlo e prendere ancora il meglio di questo rivoluzionario dai mille interessi, ndr), ma non ho perso il mio tempo e mi sento sempre giovane».
Scusi De Niro, ci può dire anche cosa pensa di questa crisi del basket italiano, tanto per chiudere.
«Il segreto semplice è scegliere gente di prima categoria. Meneghin lo è, Petrucci lo è. Loro sceglieranno solo gente di prima, se invece va al potere chi è di seconda sceglierà solo gente di terza. Capito il trucco? Un'altra cosa è che ci vuole certezza, avere uomini che decidano e lavorino per un periodo lungo. Quando venni a Milano avevo visto il capolavoro di Porelli con la Virtus, con il pubblico che aumentò fino a quando non c'era più un posto libero e le tessere si ereditavano, non si vendevano. A Milano era difficile, sembrava tutto diverso, allora chiesi proprio all'avvocato e lui fu diretto come sempre: lavorate dieci anni duramente: avrete quello che ha fatto diventare la Virtus qualcosa di speciale».
Prima del tappeto rosso previsione scudetto e una preghiera su Milano.
«Come tanti ho già sbagliato parlando di nuovo equilibrio. Siena e Roma, ancora loro. Milano? Un dolore, ma anche sfortuna. No, non mi hanno mai chiesto aiuto, peccato. Eppure io non sono uno che fa ombra, sono uno che ama lavorare per arrivare al successo».