«Il parroco mi ripeteva: Dionigi devi dire meglio le preghiere»

L’arcivescovo fra i chierichetti: «Io Papa? Chi aspira a diventarlo o è un santo o è un pazzo. A volte mi dicono che assomiglio a Giovanni XXIII»

nostro inviato a Piani Resinelli (Lecco)

Forse non rubava le pere come Sant’Agostino, ma il cardinale si confessa serissimo davanti a ottanta ragazzini seduti per terra a gambe incrociate, in testa il cappello da baseball. «Quando ero chierichetto non ero il più bravo, né il più generoso: mangiavo anche la frutta degli altri». E poi anche lui arrancava tra Padre nostro e Angelo di Dio. «Dionigi, dille meglio le preghiere. Il mio parroco me lo ripeteva sempre...» racconta quel personaggio importante vestito di rosso, con l’anello più sgargiante che nei racconti di Tolkien, arrivato a sorpresa sotto la Grigna a bordo di una grande auto nera.
«Che bella macchina hai!» salutano l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che si è arrampicato per i tornanti sopra Lecco fino alla Montanina, la casa alpina in cui i chierichetti fanno turni di tre giorni per imparare a incensare, pronunciare i nomi difficili degli oggetti liturgici, giocare chiassosamente insieme, vivere in solitudine il silenzio. Questa volta hanno avuto un fuori programma. Eccolo lì il cardinale che vedono in tv. Come un prete dell’oratorio li confessa e li consiglia uno a uno su una seggiolina di legno, mentre la stola viola brilla tra gli alberi. Li ascolta e si racconta, anche.
«Che squadra tieni?» chiedono appena ricevono il permesso di intervistarlo. Lui spiega che non tifa per nessuno, però da bambino giocava a calcio, in porta («Dionigi, sei il numero uno» gli scrivono veloci su un foglio) e aveva un debole per la Pro Patria: «Ma c’è una squadra che le supera tutte, quella del Signore Gesù». Una domanda ciascuno. Si mettono in fila disciplinati e osano dove un adulto inciamperebbe. «Aspira al Papato?» domanda Jacopo e usa un «lei» che tra questi ragazzi suona irrituale e un po’ intimorito. «Questa domanda mi è stata posta qualche anno fa e non ricordo più che cosa ho risposto» sorride il cardinale. Nel 2005 era stato indicato come possibile successore di Papa Wojtyla. Va avanti: «Posso dire che se qualcuno aspira al Papato o è un santo o è un pazzo. Chi si mette in testa di diventare Papa deve avere un cuore grande, perché va incontro a impegni, compiti, responsabilità enormi». E però chissà: «A volte mi fanno somigliare a un papa. Soprattutto le signore mi dicono: “ma lei è tutto papa Giovanni!”. Non papa Giovanni Paolo II, ma Giovanni XXIII, ragazzi. E quando io rispondo: “ma no, lui era più alto, ma no, lui era più grosso”, mi dicono: “non fa niente, lei è tutto papa Giovanni!”».
Gioele, maglietta color porpora, pone una questione ancora più soprannaturale: «Come faccio a sentire Dio? Non è in carne e ossa come noi, come faccio a essere sicuro che è lui?». L’arcivescovo ricorda gli inviti all’orazione del suo don Pasquale, regala una ricetta di virtù: «Avere pazienza, pregare, pregare bene. Nella preghiera si entra in rapporto con il cuore di Gesù». Racconta che nella vita di tutti si incontrano «ostacoli e fatiche» e a volte ci si chiede perché continuare a camminare: «Anche io ho avuto momenti in cui dimenticavo il sogno del Signore a cui ero stato chiamato». Se cadere è inevitabile perché umano, l’invito è a risollevarsi sempre: «I veri soldati si vedono nei momenti difficili».
Era il suo sogno diventare cardinale?, lo interroga un aspirante seminarista. «Sono felice di essere cardinale, il mio sogno era diventare prete, poi prete dell’oratorio, per questo ero venuto anche io alla Montanina». Come questi ragazzi ai quali offre un’altra confessione di sé, dei timori e delle grazie di quando era un giovane uomo: «La prima notte qui ci fu un temporale, con tuoni e fulmini dell’altro mondo. Avevo diciotto anni e fin da bambino avevo sempre avuto il terrore dei lampi. Quella notte tutti i più piccoli piangevano e io mi trovai a dire: “stai calmo”, “rimani tranquillo”, “vedrai che passa”. Da allora non ho più avuto paura».