Parroco prigioniero nella sua chiesa assediata da sbandati

Don Giuseppe Cavalli di Sant’Erasmo, a Quinto, da quando è stato aggredito in chiesa da due slavi, vive nella paura E ora un gruppo di senzatetto si è accampato sotto casa

«Io ho paura. Mi sento prigioniero in casa mia». Non deve essere stato facile per don Giuseppe Cavalli pronunciare queste parole dal pulpito della sua chiesa durante l'omelia di domenica scorsa. Alla messa delle 10.30 l'oratorio di Sant'Erasmo a Quinto era come sempre gremito di fedeli, sorpresi un po' tutti dall'uscita a cuore aperto del reverendo settantasettenne che non è più lo stesso dal giorno in cui venne aggredito in canonica da due balordi a caccia di pochi spiccioli e qualcosa da mangiare.
Da allora don Giuseppe è cambiato, tanto da non fidarsi più di nessuno rinunciando persino a dormire nella sua abitazione dietro la chiesa di Quinto, per trovare rifugio nella casa della sorella o di qualche parente. Ma l'angoscia dell'uomo, se è possibile, è accresciuta ancora di più negli ultimi tempi per colpa di alcuni barboni che hanno scelto come dimora il terrazzo a fianco della chiesa. Ogni sera si accampano in gruppi di quattro o cinque, bivaccano sotto le finestre di don Giuseppe, mangiano, orinano, schiamazzano sotto i suoi occhi. Incrociando quegli sguardi il prete di Quinto, che più di una volta li ha invitati inutilmente ad andarsene, beccandosi per tutta risposta insulti e minacce, rivive ogni giorno la drammatica esperienza di un anno fa. Erano due slavi quelli che bussarono alla sua porta di buon mattino il 30 dicembre 2005. Neppure il tempo di accoglierli in casa, che quelli l'avevano già scaraventato per terra. Quasi senza accorgesene l'anziano sacerdote si era trovato con un coltello puntato alla gola. «Dacci tutto quello che hai», la minaccia dei due. Ai quali 400 euro evidentemente non bastavano. Per un quarto d'ora don Cavalli è rimasto sotto il tiro della coppia di malviventi a caccia di altri soldi e altro cibo. Finchè il provvidenziale arrivo di una parrocchiana li ha messi in fuga, mentre il prete è finito all'ospedale con una spalla fratturata. «Ma da allora non sono più lo stesso, ormai vivo con la paura addosso, sono cambiato», ha ripetuto ai fedeli don Giuseppe domenica mattina nel corso della messa. Ed è sempre più raro incontrarlo in chiesa durante la settimana. Da qualche giorno, infatti, l'uomo va a dormire a casa della sorella. C'era anche giovedì scorso quando in tarda serata si è diffusa la voce che fosse scomparso. A far scattare l'allarme è stata una conoscente, che bazzica spesso in chiesa, preoccupata perché non riusciva a rintracciare don Cavalli. In pochi minuti sul piazzale della chiesa di «Sant'Erasmo al mare» sono arrivati i vigili del fuoco, il 118 e una pattuglia della polizia. Tutti alla ricerca dell'anziano sacerdote, misteriosamente scomparso. I pompieri prima sono entrati in casa, poi hanno sfondato la porta della chiesa, ma don Cavalli non c'era. Si trovava a cena dalla sorella, dove è rimasto per tutta la notte. Ai suoi fedeli durante l'omelia ha raccontato di «quell'angoscia che mi assale quando viene buio», così forte e opprimente da indurlo a dormire lontano da casa dove don Giuseppe non si sente più al sicuro. Neppure la ringhiera di ferro innalzata davanti alla porta d'ingresso dopo l'aggressione è servita a rassicurarlo. E non sono serviti neppure i numerosi esposti che l'anziano sacerdote ha presentato alle forze dell'ordine per denunciare l'occupazione abusiva del terrazzo della chiesa da parte di un gruppetto di barboni. Che ormai qui fanno il bello e il cattivo tempo: sei bottiglie di birra, due paia di scarpe, una tenda di nylon stropicciata e un materasso sgualcito sono il segno tangibile della loro presenza. Di solito entrano dal cancello del cortile dietro alla chiesa, e scendono per i gradini che conducono alla scogliera, fermandosi a dormire (e a mangiare) sul terrazzo dell'oratorio. Alla soglia degli ottant'anni, don Giuseppe non ha più la forza di affrontarli, teme di vivere un'altra esperienza drammatica come quella dell'anno scorso, si sente «prigioniero» in casa sua. Nonostante le dimostrazioni di affetto dispensate a più riprese dai suoi fedeli. «Quell'uomo è cambiato - confida uno di loro - da quando ha subito l'aggressione non è più lo stesso. Ormai vive nel terrore e certo i barboni sotto le finestre di casa che lo insultano e lo minacciano ogni giorno non lo aiutano a stare meglio».