Parroco si impicca: «Non sono un pedofilo»

Il religioso, qualche mese fa, aveva già tentato di uccidersi con i barbiturici

Stefano Vladovich

da Roma

L’ha trovato la mamma, Assunta, di ritorno dalla spesa. Ha cercato disperatamente di tirarlo giù, di liberarlo dal lenzuolo con cui si era appena tolto la vita. Ma padre Marco Agostini, 43 anni, ex direttore dell’oratorio di Pomezia accusato di abusi sessuali pluriaggravati e continuati su minori, alle 11.30 di ieri non respirava più. Si è impiccato a una trave del lavatoio nell’abitazione paterna, sul terrazzo di una palazzina in via del Pergolato 105, quartiere Alessandrino, alla periferia Sud-Est di Roma. Padre Marco si trovava agli arresti domiciliari dallo scorso 5 aprile, giorno in cui gli uomini della IV sezione della Squadra mobile romana l’hanno prelevato da un ostello di Assisi dov’era «confinato» per ordine della Curia di Albano fin dal 2002. Ovvero all’indomani delle prime denunce giunte ai prelati di Pomezia, cittadina industriale alle porte della capitale.
«Non sono un pedofilo. Mamma scusa tanto per quello che è successo in questi mesi e per averti fatto soffrire», ha scritto don Marco in una lettera prima di togliersi la vita. Chiede perdono anche alla sorella Fiorella che ha sofferto per mesi accanto all’anziana madre. Padre Marco, dell’ordine religioso degli oblati, ci aveva già provato a togliersi la vita, all’inizio dell’estate, ingerendo barbiturici. I familiari in quel caso erano riusciti a salvarlo chiamando in extremis un’ambulanza. Ricoverato in ospedale, il sacerdote, su cui pesava anche un processo di secolarizzazione, se l’era cavata con una lavanda gastrica. Ieri mattina, approfittando dell’assenza della donna, c’è riuscito.
Ammanettato il 5 aprile scorso, quattro giorni dopo ai magistrati della Procura di Velletri che lo accusano di una serie di episodi accaduti nell’arco di dodici anni padre Marco dichiara di avvalersi della facoltà di non rispondere. E viene riportato nella «prigione» materna di via del Pergolato. Assieme a padre Marco finiscono ai «domiciliari» prima, al domicilio coatto dopo, padre Ennio Di Gianpasquale e padre Germano Agostini, rispettivamente parroci di San Benedetto e di San Michele Arcangelo a Pomezia, accusati dai magistrati veliterni di favoreggiamento.
Una storia che ha letteralmente sconvolto il comune pontino, diviso tra innocentisti e colpevolisti. A ricostruire la storia gli agenti della «mobile» in 18 mesi di indagini. Terminato il seminario padre Marco arriva nella diocesi pometina di San Benedetto a metà degli anni Novanta, dopo un periodo trascorso nella vicina parrocchia della Beata Vergine Immacolata a Torvaianica. A Pomezia gli viene affidata la Casa della Gioventù Felice Locatelli in via Filippo Re, a pochi passi dal municipio. Ma i suoi metodi non sono graditi ad alcuni ragazzi che lo accusano di aver «creato una vera e propria setta». Un gruppo chiuso di fedelissimi su cui padre Marco, secondo le accuse, esercita un potere inquietante. Per il gip Aldo Mongini e il pm Luigi Paoletti, sfruttando il forte carisma esercitato sui ragazzi, padre Marco avrebbe commesso centinaia di violenze sessuali su almeno 20 catechisti dai 13 anni in su tra il 1993, quando era a Torvaianica, e il 2002 quando gli viene imposto il divieto di dire Messa e allontanato. L’ultimo incarico, durato 8 anni, è caratterizzato da feroci polemiche proprio sul suo rapporto con i teenagers. Pettegolezzi e maldicenze sarebbero giunti alle orecchie di padre Ennio e padre Germano e persino all’allora vescovo di Albano monsignor Vallini che decide per il trasferimento. Ma è solo nel 2004 che scatta la prima denuncia: un giovane di 23 anni che trova il coraggio di raccontare alla polizia le presunte violenze subìte dal prete. Gli inquirenti descrivono l’organizzazione ideata da padre Marco come articolata ed efficiente, una specie di setta in grado di garantirgli l’impunità. «Ragazzi Nuovi» aveva una struttura rigorosa: chiusa all’esterno ma con grande senso di appartenenza. Qualunque critica o violazione poteva finire con l’espulsione. Per coloro cui don Marco destinava «attenzioni particolari», dicono gli investigatori, scattava un premio: il prete li avrebbe convinti che avendo rapporti intimi con lui si sarebbero avvicinati a Dio.