PARSIMONIA Inno a una virtù liberale

Da non confondersi con la povertà, la parsimonia, fin dal Due-Trecento in Italia è uno dei fondamenti del fiorire degli istituti del capitalismo finanziario. E dell’eticità del successo

Viviamo tutti in un colossale paradosso. In entrambe le fette del mondo sviluppato, sia quella che non cresce come l’Italia, sia quella che sostiene la crescita mondiale, l’anglosfera. È il paradosso di una delle virtù cardine dell’etica e del mercato, fondamento dell’ordine morale e di una vita buona come del mercato stesso e della solidità dei suoi istituti. È il paradosso della parsimonia.
È in corso un assalto tonante da parte dei critici del mercato all’ipostasi di quanto ai loro occhi è sintesi ed emblema del peggio del peggio del mercato: il greed, la cupidigia, il malnato e sfrenato desiderio di appropriazione che secondo no global ed élite di sinistra à la Guido Rossi sarebbe vizio congenito e condanna già scritta del capitalismo, origine e spiegazione delle ondate di scandali come Enron e Worldcom e Cirio e Parmalat, della bolla Internet ieri come di quella immobiliare oggi, che da noi fa puntare i cannoni contro l’esecranda «razza mattona» e il suo assalto ai malcerti equilibri di un intreccio banco-industriale iperindebitato, asfittico e in sistematico conflitto d’interessi. E dietro questo assalto si nasconde appunto la geremiade della virtù perduta per definizione attraverso il consumo spinto agli eccessi. Cioè, appunto, la parsimonia. Senonché questo rimpianto ideologico della frugalità dei tempi andati nasconde una serie di trappole ideologiche che vanno comprese e smascherate con decisione. Non è solo un topos letterario ricorrente nella storia della civiltà: basti pensare a Tito Livio che nel 17 d.C., secoli prima della caduta di Roma, già rimpiange amaramente «la perdita della parsimonia dei patres conscripti e dei loro tempi eroici». È molto, molto di più. È l’espressione alla quale i nemici della libertà e del mercato - nelle forme storiche in cui essi si sono realizzati, per noi liberali imperfettisti che non amiamo i paradisi in terra le uniche degne di essere difese - ricorrono per affermare tre proposizioni l’una più pericolosa e falsa dell’altra. La prima è che la parsimonia è la negazione del mercato, quando al contrario ne è uno dei presupposti fondamentali. La seconda è che l’etica cristiana e soprattutto cattolica è contraria ai ricchi, proprio in ragione della cupidigia che al mercato sarebbe consustanziale. La terza è che alla parsimonia sono costrette oggi solo le vittime del mercato, nei Paesi poveri come in quelli avanzati, in ragione diretta degli eccessi della minoranza che del mercato sarebbe la sola beneficiaria. Se si intende difendere libertà e mercato, non ci sono vie di mezzo, bisogna acconciarsi a una solida controversia storica e dottrinaria per riprenderci ciò che è nostro e non loro: anche e innanzitutto la parsimonia, appunto.
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Nell’autunno scorso si è celebrato il centenario dell’Etica protestante del capitalismo di Max Weber, una delle opere più misconosciute della storia del pensiero economico moderno. La banale vulgata è quella secondo la quale la «salvezza per sola grazia» della Riforma e la libera interpretazione della Scrittura istillano nei fedeli una maggiore capacità di discernimento della realtà, che sommati all’autonomizzazione del contesto pubblico rispetto alla pretesa papale precostituiscono l’humus naturale più favorevole alle caratteristiche comuni dell’imprenditore capitalistico, il calcolo, l’equilibrio, l’intraprendenza. Di qui l’accumulazione capitalistica, che prende maggior vigore nei Paesi e nelle repubbliche calviniste grazie alla teoria della predestinazione degli eletti che, a differenza del dubbio ascetico tenebroso di spiacere a Dio proprio di Lutero, si fortifica nella progressiva realizzazione in vita del proprio Beruf, la propria vocazione, la propria «chiamata» al successo: ma sempre tenendo a mente che parsimonia e frugalità privata sono i fondamenti etici presupposto dell’eticità del successo stesso. Senonché la tesi weberiana era inanzitutto solo parziale, in attesa di successivi studi più sistematici sull’impatto che le diverse confessioni avevano storicamente determinato nella nascita dello spirito capitalistico. E soprattutto fallace, come già Werner Sombart nel suo Il Borghese era in grado di dimostrare solo dieci anni dopo. Non solo le pratiche dell’autodisciplina, della frugalità e della temperanza per accumulare le risorse necessarie all’autosostentamento e a quello via via più ampio di comunità circostanti sempre meno ristrette, dalla crisi della classicità in cui era fiorita grazie allo stoicismo greco e tardoromano, era sopravvissuta nel monachesimo prima orientale e poi occidentale con Benedetto da Norcia, divenendo fondamento della sua regola. Ma nell’Italia cattolicissima del Duecento e del Trecento la parsimonia e la frugalità avevano costituito il fondamento del fiorire di tutti gli istituti moderni del capitalismo finanziario, dalla nascita della banca alla lettera di cambio, dalla partita doppia alle prime società transnazionali di commercio per le fiere del Nord Europa, vere antesignane italiane di quelle che saranno poi le compagnie in Trustee anglo-olandesi per lo sfruttamento privato dei flussi commerciali oceanici \.
Sbaglierà il Burckhardt, a considerare che solo nel successivo Quattrocento si affaccia in Italia «l’uomo universale» col Rinascimento. L’elogio della frugalità privata a fondamento della solidità degli affari pubblici che impregna i Libri del.la famiglia di Leon Battista Alberti affonda le proprie radici già in due secoli di tradizione. L’Alberti riassume la propria filosofia pratica nel concetto di «Sancta masserizia», ossia nella virtuosa cura degli affari dell’economia domestica. «Conservate questo nella vostra memoria, miei figli: che le vostre uscite non siano mai maggiori delle vostre entrate». Assieme a questa regola fondamentale l’Alberti insegna la moderazione, la parsimonia e la fedeltà contrattuale come le massime virtù del perfetto borghese. Come nel suo LIX dei Cento apologhi: «Durante l’inverno al fico nudo, coperto di neve e tutto pallido per il freddo, disse l’ulivo suo vicino: “Non ti avevo predetto questo male, quando in estate ti vantavi della tua veste tanto rigogliosa? Impara da me la parsimonia”».
E di più. La parsimonia privata nell’Italia del Trecento non è solo garanzia contro le ricorrenti crisi finanziarie, come quella generale che nel 1341 preannuncia la crisi di tutti i maggiori banchi e compagnie fiorentine. È anche presupposto del generoso - e interessato, naturalmente - sostegno diretto alla vita delle istituzioni pubbliche. Salimbene Salimbeni, capo di una delle maggiori compagnie della città, gira al Comune di Siena 118mila libbre d’argento per la guerra a Firenze che sfocerà il 4 settembre 1260 nella battaglia di Montaperti. A Firenze nel 1336 è una società tra mercature a cedere al Comune 30mila fiorini d’oro per la guerra a Mastino della Scala. Arnoldo Peruzzi avanza al governo cittadino 15mila fiorini d’oro e tratta a suo nome con Roberto d’Angiò contro l’imperatore Arrigo VII, contro il quale muore in battaglia all’Incisa il 24 settembre 1312. Di tutte queste virtù private prima e pubbliche anche, viveva l’Universitas mercatorum Italicorum che nel 1288 appare a Parigi e nel 1295 firma coi conti di Borgogna un trattato di salvaguardia che è la prima bozza della Comunità europea, che dalla Mosa allo Champagne, all’Alsazia e Lorena si allarga quasi per l’intera penisola a Como, Firenze, Genova, Lucca, Milano, Orvieto, Parma, Piacenza, Pistoia, Prato, Roma, Urbino e Venezia. Dopodiché, certo, il pendolo della storia si sposta verso gli Oceani e l’Italia declina \.
I puritani britannici predicheranno e realizzeranno che i ricchi devono lavorare, risparmiare e investire più degli altri, perché Dio ha dato loro di più e di più chiederà, dei loro talenti. I levellers e gli ironsides, nerbo dell’esercito cromwelliano e fomento della Gloriosa Rivoluzione del 1688, realizzeranno nel mondo il passo della Concordanza dei tre evangelisti di Calvino: «Coloro che impiegano senza inutili sprechi i doni che hanno ricevuto da Dio si dice che “trafficano”, e con piena pertinenza la vita dei fedeli è paragonata al commercio: essi devono infatti fare scambio gli uni con gli altri per sostentare la compagnia. L’operosità per mezzo della quale ognuno esercita il proprio incarico e la vocazione stessa, l’abilità nella condotta e tutti gli altri doni sono come merci, perché il loro uso e fine è che vi sia una comunicazione reciproca tra gli uomini. E il frutto o guadagno, di cui parla Cristo, è il profitto e l’avanzamento di tutta la compagnia dei fedeli in comune. Che dà gloria a Dio». Fioriscono a centinaia saggi come il Tradesman’s Calling di Richard Steele del 1684, o come The Religion of Labour del vescovo Robert Clayton del 1740, manuali etici del perfetto uomo di mercato che sulla inappuntabile vita privata ispirata alla frugalità fonda l’esempio della rettitudine di mercato, proiettata sempre più sull’intera dimensione del mondo allora conosciuto. Di qui ai Consigli sul Commercio di Benjamin Franklin e alla frugalità che ispirerà Padri Fondatori della democrazia americana come Washington e Jefferson, a Monticello il passo sarà immediato e diretto. Esattamente come in Gran Bretagna dalla Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith la parsimonia personale resterà pilastro dell’apoteotico sessantennio imperiale vittoriano, e non sarà affatto contrapposta ma idealmente binomio inscindibile della mano invisibile del mercato che coopera alla soddisfazione di tutti assecondando l’interesse individuale di ciascuno.