Parte il basket I soliti favoriti, Milano in periferia

Benetton, Siena, Fortitudo, Napoli e Roma per il titolo. L’Armani con l’incognita dei «riciclati» di Bologna

Oscar Eleni

Fuochi d'artificio sbocciano in cielo, diceva un poeta giapponese, dopo cade una stella, la solitudine. Il basket, che oggi comincia il suo campionato, non la vuole, questa solitudine, perché sogna di coinvolgere gente come è successo a Roma, mentre i Phoenix Sun di Mike D'Antoni e del genio Steve Nash allargavano il campo di 10 metri, nei momenti in cui Dejan Bodiroga faccia d'angelo mostrava al mondo fatto a spicchi, ancora una volta, che cosa vuol dire classe. Nel sabato del villaggio affidato a Ilaria D'Amico e benedetto da tutti è varata la corazzata Potemkin per l'85° torneo nazionale.
Si parte a mezzogiorno, per la diretta su Sky - che ancora deve spiegarci perché vuole pure una partita domenicale alle 20.30 (Biella-Scafati) che poi sarà stritolata dal calcio - con i campioni d'Italia della Benetton che vanno nella vecchia scatola del Pianella di Cucciago per valutare Cantù e per capire se i tutti verdi sono forti come l'anno scorso, spiegandoci che cosa cerca di fare Pierluigi Marzorati che a 54 anni, nel 70° della società, sarà in campo per l’ultima battaglia da samurai: la ricostruzione del club da imperatori che si erano inventati gli Allievi, portando giovani da tutta Italia a studiare la vita nel Cantucky, e far accendere le luci di un palasport vero, ma costoso da riscaldare, al centro dello storico villaggio.
Si parte tardi, si arriverà tardissimo, con il caldo della quasi estate che farà scivolare la palla disegnata da Giugiaro. Questo è il basket italiano di oggi dove tutti pensano di aver dato qualcosa, ma, interrogati, non sanno dire quali sarebbero le loro idee. La realtà è che se la Nba cerca spazi europei non li cercherà qui, dove Milano piange ancora sul palazzone di San Siro abbattuto dalla neve e spera di avere una casa in città al Vigorelli, progetto che già venne in mente al cavalier Gabetti e bocciato dal comitato di quartiere per salvare una pista ciclistica rimasta sempre deserta.
Dicono che sarà un campionato bello. Lo dicono sempre. Vedremo. Certo le squadre che andranno nella vera Europa - Treviso, Fortitudo Bologna, Napoli e Roma - non sembrano avere speranze dopo aver visto Maccabi o Cska, ma è presto per disperarsi e non credere al lavoro degli allenatori che guideranno le 18 squadre di serie A, 8 per i play off, ultime 2 retrocesse, che nelle prove tecniche hanno già formato una griglia di partenza.
PER IL TITOLO Benetton di sicuro, perché alla Ghirada sanno che cosa vuol dire accarezzare il mondo e le buone idee; Siena che ha ritrovato la sua anima con un allenatore fatto in casa, senza se e senza ma, ammesso che il centro di gravità permanente Baxter, appena scarcerato, completi un bel gruppo; Fortitudo dove tutto è cambiato perché nulla cambi; Napoli se proteggerà le sue lame in Europa; Roma, perché questo Repesa non è tipo che si fa sottomettere da chi usa le parole e non sa cosa sono i fatti.
PER I PRIMI OTTO POSTI Milano che ha fame di tutto senza rischiare sul nuovo a parte Danilo Gallinari, ma non sa ancora se i riciclati dalla Fortitudo (Garris, Green, Watson) faranno squadra nel sistema Djordjevic, un Mancini dei canestri che non deve mai sentirsi solo; Udine perché Cesare Pancotto sa far rendere un diesel e la famiglia Snaidero garantisce per lui; Varese se il suo campo tornerà fortezza; la Virtus se Markowski non ascolterà gli uomini delle stelle; Cantù se avrà fatto un'altra pesca miracolosa; Reggio Emilia perché ha un'anima.
NELLA MISCHIA Biella per la sua gioventù, un allenatore esordiente e coraggioso, per la fede; Scafati per il suo orgoglio, stimolata dalla luce napoletana; Teramo perché ha cambiato tutto, ma protetto il proprio spirito.
PER SALVARSI Montegranaro se andrà dietro al poeta Pillastrini; Avellino con la bella faccia del filosofo Boniciolli; Capo d'Orlando se capirà subito che cosa vuol dire rivoluzione; Livorno che dovrà spingere ai remi, non avendo vele dorate.