Parte un Giro che vola alto fatto per consacrare Basso

Via dal Belgio, un omaggio ai nostri emigrati. Poi giù verso l’Italia e le montagne da leggenda, dove Ivan dovrà vedersela con tutti i grandi: da Cunego a Simoni a Ullrich. Petacchi-McEwen, sfida in volata

Cristiano Gatti

nostro inviato a Seraing

Ruote calde e televisori roventi: vai con un nuovo Giro d'Italia. Quest'anno è anche un po' Giro del Belgio, in omaggio alle luttuose memorie di Marcinelle e alle tante nostre valigie legate con lo spago, quello spago che alla fine ha legato un po' anche i due Paesi. Sarebbe ovviamente stupido nascondere come in questa lunga e romantica scampagnata al Nord abbia una sua bella parte anche il robusto assegno versato dai belgi agli organizzatori italiani (in lire, due miliardi e mezzo per quattro tappe). Ma sarebbe altrettanto stupido provare a scandalizzarci, dato che di scandaloso non c'è proprio nulla, quando due interessi (poesia e money) felicemente convergono. Più che altro, risulta un poco difficile spiegare al tifoso medio e distratto perché mai il Giro d'Italia debba andare all'estero. Ma è persino inutile scomodare mille spiegazioni. Alla fine, il tifoso medio si placa con questa semplice frase: il Tour parte da Londra. E se sconfinano i francesi, che per il tifoso medio sono divinità, nessuno ha più niente da ridire sugli sconfinamenti nostri.
La partenza nei luoghi dell'emigrazione più nera, e va bene. Ma cos'altro segna e sontrassegna il Giro numero 89? Soprattutto, c'è una grande novità a livello politico. È l'aspetto che forse interessa meno il tifoso, ma in realtà è il più importante, perché determina tutto il resto. Allora è da qui che bisogna partire: questa è la prima edizione dell'era Zomegnan, il giornalista della Gazzetta passato a dirigere il carrozzone rosa con mentalità e obiettivi tutti nuovi. Bisogna dirlo subito: le avvisaglie sono ottime. Sotto la sua direzione, il Giro torna ad esibire grandi tappe e grandi campioni. E qui siamo agli effetti pratici delle scelte politiche, cioè alle cose che interessano direttamente i tifosi. Il primo Giro di Zomegnan ripropone i grandi duelli allo sprint tra Petacchi e McEwen, ma aggiunge di suo alcune novità eclatanti. Tanto per cominciare, un'ultima settimana da stordire le aquile, con una sequela di salite che molti addetti ai lavori non esitano a definire esagerata e crudele. Il problema - che non è un problema - è l'estrazione giornalistica di Zomegnan. Il nuovo capo sa benissimo due cose: che la gente si incolla alla tv e campeggia a bordo strada soltanto quando c'è spettacolo, e che lo spettacolo più emozionante avviene lassù, tra larici e camosci. Ecco allora l'arrivo incredibile al Plan de Corones, sopra Brunico, con gli ultimi cinque chilometri praticabili soltanto grazie ad una passatoia di finto asfalto. Ecco le storiche griffe delle montagne rosa (Pordoi, Marmolada, Tonale, Gavia, Bondone). Ed ecco soprattutto il leggendario finale sul Mortirolo, che per il ciclismo è come concludere un tour della lirica alla Scala.
Disegnato il percorso, costruito il teatro, Zomegnan si è poi dedicato all'altro settore determinante: il cast degli attori. Da questo punto di vista si fa prima a dire chi manca: Valverde, il nuovo purosangue spagnolo, e Vinokourov, un combattente nato che comunque finora non ha ancora combinato niente di veramente storico (attualmente, siamo sotto i livelli di Chiappucci). Il resto, finalmente, è qui. A partire da Ian Ullrich, che vede il Giro praticamente come le mogli dei gioiellieri vedono la palestra: un modo per mandare giù la ciccia e rassodare i glutei. A forza di subire bancate lungo le strade del Tour, il tedesco ha finalmente capito che è più conveniente trovare la forma prima della corsa francese, non durante (quando la trova, in Francia, è già a due passi da Parigi). Così, adesso che Armstrong non esiste più, cambia anche la strategia. Ullrich vuole essere subito il successore. Il suo guaio, molto serio, è che la pensione dell'americano ha messo i grilli in testa a un sacco d'altra gente. Primo, Ivan Basso. E qui siamo al tema vero del Giro, per non parlare dell'intero 2006: riuscirà finalmente il nostro campione, sbocciato l'anno scorso al Giro (battuto dalla gastroenterite) e poi consacrato al Tour (secondo e unico rivale di Armstrong), a stabilizzarsi nella dimensione dei giganti? La sfida è estrema: testardo com'è, ha deciso di provare l'accoppiata Giro-Tour, che non è operazione da giganti, ma da gigantissimi. Per la generosità, già merita una menzione con lode. Poi si tratterà però di vedere se l'azzardo non si rivelerà nei fatti un tremendo boomerang, come può succedere quando si combatte su due fronti con nemici che ne curano uno soltanto. In Italia, per esempio, i Cunego (che ha già battuto l'avversario più carogna, la mononucleosi) e i Simoni: entrambi sanno di pagare in partenza la tassa-cronometro (quest'anno c'è pure la crono a squadre), ma entrambi sono di nuovo aggressivi in salita. E poi c'è Savoldelli, che a vincere il Giro ci ha preso gusto l'anno scorso e che da allora pensa soltanto a replicare. E poi c'è Di Luca, altro personaggio che da un anno vede solo rosa. Quindi, perché l'elenco sia più completo, occhio anche ai Rasmussen (quello che all'ultimo Tour andava fortissimo in salita, ma che nell'ultima crono cadeva come un impedito), all'eterno Gonchar, a Garate, a Laiseka, a mini-Ruano e a crono-man Rogers.
Lo si vede subito: rispetto al solito, è un Giro da prenderci appunti, data la molteplicità dei temi e il serio pericolo di dimenticarne qualcuno. Ma proprio per questo è anche un Giro che riporta forti ventate di aria fresca al di qua delle Alpi, dopo troppe stagioni di ristagno. Scatta Cunego, risponde Simoni, rinviene Basso, attenzione a Ullrich: già questo ipotetico frammento di telecronaca mette appetito. Se poi la Rai fa il favore di raccontare come si deve, anche quest'anno le nostre abitudini avranno buoni motivi per lasciarsi docilmente invadere dal rosa. Rosa di maggio. Per un mese, come avviene da un secolo, il Giro d'Italia misteriosamente trasformerà le nostre case nell'Italia del Giro.